L'atmosfera è tesa. Ci si trova uno contro l'altro per vincere. Per affermare la propria competenza, la propria passione per uno sport che spesso è la vita stessa. Ci si trova davanti a tanta gente, ma poi, in fondo, soli con se stessi. Intimamente concentrati, tesi verso l'obiettivo ultimo che è quello di
fare bene. Ci si trova ansiosi, ma con un'emozione appagante che vale più di tutto.
Parliamo di un giocatore di pallavolo? Di pallacanestro? Di pallanuoto? Di calcio?
No, stiamo parlando di un arbitro! Niente compagni di squadra, niente tifo, niente sostegno dell'allenatore, niente grosse somme di denaro, niente riflettori…solo passione, concentrazione e una grande motivazione.
Di solito, da spettatori di uno spettacolo sportivo, ci fermiamo poco a prendere in considerazione il vissuto dell'arbitro che pure è tra i veri protagonisti dell'evento!
Questo perché non siamo abituati a vederlo come tale, se non nei momenti in cui prende delle decisioni che, da tifosi, poco ci aggradano. Ma ci siamo mai fermati a pensare quanto lavoro ci sta dietro alla preparazione di un arbitro? E non intendo solo il lavoro attinente all'attività fisica e alle restrizioni che un hobby come questo implica. Mi riferisco al grosso lavoro mentale di cui necessita l'attività arbitrale. Tanto per averne un'idea, due importanti studiosi di psicologia arbitrale: R. Weinberg e P. Richardson nel loro libro
Psychology of officiationg, considerano come caratteristiche fondamentali di un arbitro le seguenti otto: motivazione, capacità di relazionarsi, comunicazione, rapidità decisionale, autonomia di giudizio, coerenza, concentrazione, fiducia in sé.
Non è sicuramente roba da poco, ma se ci pensiamo un attimo arriviamo facilmente a concordare con i due studiosi sul fatto che queste sono sicuramente le caratteristiche che rendono efficace l'attività dell'arbitro.
Quanto si investe in termini di interesse, attenzione, tempo e soldi nella formazione psicologica degli arbitri?
Poco.
Il Dipartimento di Psicologia dell'Istituto di Scienza dello Sport del Coni ha condotto un'analisi di quali fossero le componenti psicologiche della prestazione arbitrale. Tra quelle considerate fondamentali si andava ad indagare quanto gli arbitri fossero allenati a potenziarle, quanto forte fosse il loro bisogno formativo rispetto a queste caratteristiche. Il piccolo campione (si trattava di un'indagine preliminare e di puro valore qualitativo) formato da 94 arbitri di categoria interregionale, ha prodotto delle informazioni interessanti. Riporto solo alcuni dati, mentre per un ulteriore approfondimento rimando all'articolo apparso su
Movimento, 2000,16(3).
Soltanto una piccolissima parte degli intervistati riferisce di avere assistito a lezioni, congressi, seminari di psicologia dello sport o a lezioni di psicologia rivolta specificatamente alla figura dell'arbitro. Posseggono, quindi, un numero limitato di conoscenze e di tecniche a cui attingere per svolgere al meglio il proprio ruolo, in particolare per mantenere costante la loro concentrazione durante la partita e per gestire con efficacia i rapporti interpersonali.
Solo il 5% dei soggetti intervistati considera la motivazione come il requisito psicologico più importante ma paradossalmente sono molti, circa il 24%, a riconoscere l'importanza di un allenamento mirato a migliorarla. Stessa cosa per quanto riguarda la comunicazione, la fiducia in sé e la concentrazione.
Ma la domanda più frequente che gli intervistati ponevano era: "Esistono davvero delle tecniche per migliorare la concentrazione e la gestione dello stress o quella degli errori? Quali sono? Come funzionano?"
Per rispondere a queste esigenze da Marzo dello scorso anno la FIPAV ha dato inizio ad una serie di seminari formativi rivolti agli arbitri di pallavolo che trattano, oltre ai classici aggiornamenti tecnici, anche temi inerenti alle aree di miglioramento psicologico. Si sono portati in giro per l'Italia corsi sui temi seguenti:
- comunicare in modo efficace con i dirigenti e le squadre,
- condurre il colloquio di fine gara per osservatori arbitrali e arbitri,
- lavorare per obiettivi (rivolto ad arbitri neo immessi nelle serie superiori),
- gestire gli errori,
- gestire l'ansia prima e durante la partita.
L'iniziativa ha riscosso successo proprio per l'interesse suscitato dagli argomenti proposti e dei quali poco, se non nulla, si sapeva. Sono tante anche le richieste di continuare su questa linea e di ampliare il raggio d'azione delle lezioni su temi analoghi. C'è dunque la voglia di autosvilupparsi da parte degli arbitri, la voglia di crescere come persone e come professionisti. C'è la
voglia di fare e di fare bene. Questa voglia, si trasforma in bisogno nel momento in cui si pensa che l'arbitro è quella persona che, in buona parte, determina attraverso le sue conoscenze e la sua professionalità, le sorti di una partita. Ma si trasforma anche in obiettivo in un momento storico come quello in cui viviamo, momento in cui lo sport ha raggiunto livelli di grande professionismo per quanto riguarda gli atleti. Quindi anche l'arbitro ha bisogno di essere considerato alla pari rispetto agli altri protagonisti della partita.