In un grigio ma tiepido pomeriggio di maggio londinese ho avuto l'occasione di incontrare ed intervistare, nel suo studio di Old Street, John Syer co-fondatore (insieme a Christopher Connoly) della SyCon-The Sporting Bodymind Group- e soprattutto psicologo di fiducia del celebre Club calcistico Tottenham Hotspurs.
John Syer è una figura di spicco nel panorama della psicologia sportiva britannica, viene infatti considerato uno dei pionieri della materia soprattutto in ambito calcistico avendo cominciato a collaborare in maniera "semi-clandestina" proprio con il Tottenham dell'allora manager Keith Burkinshaw come John Syer stesso, sorridendo, ricorda:
" Iniziai a collaborare con Keith e rammento che era egli stesso (credo di tasca propria!) a pagare il mio onorario. Quasi non si poteva far sapere che ero uno psicologo che collaborava con il management tecnico della squadra: ero nei paraggi ma senza che nessuno ufficialmente sapesse in quale veste.
Ma era una squadra di successo quella, vincemmo la FA CUP (la prestigiosa Coppa d'Inghilterra, n.d.a.) nel 1981 e poi ancora nel 1982 (anno in cui raggiungemmo anche la finale di Coppa di Lega, purtroppo persa contro il Liverpool) e, successivamente, conquistammo la Coppa UEFA nel 1984, quindi credo -scherza ancora Syer- che non fosse troppo difficile tollerarmi!"
Era il Tottenham di Perryman, Crooks, Ardiles, Archibald e soprattutto quello di Glenn Hoddle oggi guida tecnica degli Spurs e grande estimatore del lavoro di John Syer che infatti volle al proprio fianco allorché gli venne affidata la panchina del Southampton e successivamente quella, appunto, del Tottenham Hotspurs con cui comincerà ad agosto la sua terza stagione.
Christian Lattanzio:
Dr Syer, dal Tottenham di Burkinshaw a quello di Hoddle: in quale modo si è evoluto, a suo modo di vedere, il ruolo dello psicologo sportivo ed in particolare nel mondo del calcio professionistico inglese?
John Syer: Innanzitutto non si è più "clandestini"! Non del tutto almeno!...
Scherzi a parte, vorrei chiarire un punto a mio avviso molto importante: è fondamentale che lo psicologo sportivo venga visto come parte del coaching staff e non come parte dello staff medico.
Questo per due ragioni, la prima di ordine pratico: io mi occupo di fatto dell'allenamento mentale dei giocatori ed è quindi importante e giusto che venga visto e considerato come uno degli allenatori.
La seconda ragione è invece di origine psicologica, credo infatti che vi siano ancora dei tabù legati alla figura dello psicologo soprattutto se sentito come parte della struttura medica. Inoltre, e mi preme sottolinearlo, lo staff medico viene generalmente coinvolto all'insorgere d'un problema, mentre il mio ruolo, che è principalmente quello di migliorare le prestazioni degli atleti, non richiede che insorgano dei problemi per essere operativo.
C.L.:
Potrebbe descrivere più nel dettaglio il suo ruolo all'interno del Tottenham e quali sono gli obiettivi che tale ruolo si pone?
J.S.: Il mio ruolo è principalmente quello di aiutare il Manager della squadra (Glenn Hoddle in questo caso) a comprendere ed esplorare gli obiettivi che intende raggiungere, soprattutto a livello di comunicazione, ed aiutarlo quindi a raggiungere tali obiettivi facilitandone il percorso. Si tratta d'una collaborazione molto stretta ed è estremamente importante che la relazione con il Manager sia ottimale affinché io possa portare avanti il mio lavoro.
C.L.:
In quale modo?
J.S.: Essendo io parte dello staff degli allenatori è importante che io osservi in quale modo avviene la comunicazione tra gli atleti, tra gli atleti e gli allenatori e tra gli allenatori stessi. Quindi mi formo un'idea degli argomenti che meritano, a mio giudizio, un'attenzione particolare dovuta, ad esempio, alle esigenze del momento e suggerisco poi a Glenn ed allo staff tecnico come sarebbe opportuno intervenire.
Ciò può avenire in varî modi, ad esempio consigliando al Manager di avere un meeting di squadra affrontando, sotto la mia supervisione, l'argomento in questione, oppure facilitando una sessione di gruppo (ad esempio la linea difensiva), oppure organizando una sessione individuale con un determinato calciatore che necessita, in quel momento, d'una cura particolare. A questo punto occorre anche dire ( facendo riferimento a quanto accennato in precedenza) che la qualità della relazione con il Manager gioca un ruolo importante: non sempre infatti le mie proposte vengono accettate però spesso forniscono indicazioni al Manager su come approfondire un suggerimento, ovvero su come sviluppare un'idea.
C.L.:
Potrebbe spiegare più nel dettaglio il modo in cui interviene, ovvero in cosa consistono tali sessioni, e quali sono gli obiettivi che tali sessioni si pongono?
J.S.: Certamente: io amo lavorare proponendo una varietà di sessioni ognuna delle quali si pone a sua volta degli obiettivi. In particolare il lavoro svolto al Tottenham in questi ultimi anni si struttura in questo modo:
- Sessioni individuali
- Sessioni di coppie di giocatori
- Sessioni di gruppi di giocatori (difensori o centrocampisti o attaccanti…)
- Sessioni di leadership (di solito con la "spina dorsale" della squadra: portiere-difensore centrale-centrocampista centrale-punta centrale)
- "Full team meetings" (meeting di gruppo che comprendono tutta la rosa dei giocatori e tutto lo staff tecnico)
- Sessioni con lo staff degli allenatori
Come si può immaginare ognuna di queste sessioni si pone un obiettivospecifico: ad esempio durante le sessioni a due ("pair training") il mio obiettivo primario è quello di incrementare il livello di attenzione nei giocatori, non solo rispetto a loro stessi ma anche, a volte verso un altro elemento della squadra, comprendendone il diverso punto di vista e le diverse esigenze. I due giocatori con i quali svolgo tale lavoro vengono di volta in volta suggeriti da Hoddle, il quale desidera che venga migliorato un determinato aspetto della relazione interpersonale tra i giocatori in questione. Tali giocatori siedono uno di fronte all'altro (la sessione dura all'incirca 30 minuti) ed io ne sollecito la comunicazione facilitando l'esplorazione dell'aspetto suggeritomi dagli allenatori. La tendenza iniziale è che essi si rivolgano a me (che siedo leggermente distanziato) parlando del compagno, è quindi mio compito rinforzare il messaggio che i giocatori si guardino quando comunicano tra loro anche se io sono
presente nella stanza dove avviene l'incontro. Questo tipo di esercizio è particolarmente indicato ad esplorare il concetto di "identità". Ritengo infatti che sia fondamentale conoscere e capire il punto di vista dell'altro per poter funzionare in modo ottimale, per poter stabilire un'identità, per stabilire un team all'interno del team, non solo sul campo ma anche al di fuori di esso. Questo perché un altro obiettivo che questo tipo di sessione si pone è di aumentare e migliorare la comprensione tra i giocatori, ovvero capire, e far capire al giocatore, cos'è che vuole veramente e non semplicemente rinforzare il ruolo che gli altri si aspettano che lui ricopra all'interno del gruppo. È quindi comune che il "pair training" avvenga tra due compagni di reparto (ad esempio la coppia dei difensori centrali) ma non necessariamente: si pensi ad esempio all'importanza che ha per un centravanti conoscere il modo in cui pensa ed agisce un portiere, e viceversa.
C.L.:
Potrebbe illustrarci l'organizzazione e la struttura delle sessioni di gruppo e di leadership?
J.S.: Durante questo tipo di sessioni, che normalmente coinvolgono un determinato reparto della squadra come ad esempio la difesa , mi pongo come principali obiettivi un incremento ed un miglioramento della comunicazione all'interno del reparto in questione, ma cerco anche di capire quali sono i rapporti all'interno del gruppo favorendo la comprensione dell'altro e dell'altrui punto di vista. In altre parole: conoscendo e comprendendo gli altri si migliora sé stessi e, in questo caso, le proprie prestazioni. Anche qui ri-occorre il concetto di identità. È infatti molto importante che i giocatori scoprano l'identità del gruppo del quale fanno parte, che percepiscano e sviluppino il senso di appartenenza a tale gruppo e che ne esplorino le potenzialità. Questo è un concetto cui tengo molto poiché ritengo sia importantissimo costituire un gruppo solido ed unito all'interno del quale ogni individuo si senta libero ed in grado di esprimere se stesso.
Per questo tipo di sessioni introduco anche una parte scritta: chiedo infatti ai giocatori, (i quali siedono in circolo a rappresentare la loro disposizione in campo), di scrivere un messaggio (di solito su un block-notes che porta le iniziali dei giocatori coinvolti nella sessione) ad ogni altro compagno di reparto che viene poi letto e discusso durante la sessione stessa. In genere i giocatori portano con sé i messaggi ricevuti dai compagni di reparto.
Talora, durante il corso della stagione , chiedo anche che i giocatori, almeno una volta, disegnino un'immagine che rappresenti il loro modo di raffigurare l'identità del gruppo del quale fanno parte. Spesso il risultato di queste rappresentazioni grafiche è sorprendentemente forte! Ed a mio avviso aiuta a cementare il senso di appartenenza.
Per ricollegarmi e rispondere alla seconda parte della domanda, occorre dire che leggermente diverso, benché sostanzialmente simile, è il lavoro svolto durante le "leadership sessions" cui facevo riferimento in precedenza e che generalmente coinvolgono la cosiddetta "spina dorsale" della squadra. Durante questo tipo di sessioni analizziamo ed esploriamo il concetto di "presence" (ovvero di "presenza"). Occorre a questo punto fare una considerazione: ogni qualvolta che chiedo ai giocatori di elencare quelle che per loro sono le qualità che fanno un "leader", ve n'è una che è pressoché immancabile, una costante oserei dire, ed è appunto quella di "presenza". Chiedo inoltre ai calciatori di pensare ad un giocatore che, a loro giudizio, rappresenta perfettamente questa qualità e chiedo anche di ricordare l'ultima volta che ritengono d'aver giocato come il modello agonistico da loro scelto. In questo modo diventa più semplice collegare un'idea teorica come quella di "presenza" ad una prestazione agonistica che è
invece pratica ed estremamente reale per un calciatore. Come visto, il concetto di "presenza" sembra avere un forte ascendente su quasi tutti i giocatori ed è quindi importante analizzarne la natura per capire cosa significa avere "presenza" per sé e per i propri compagni e cosa i compagni possono ed hanno il diritto di aspettarsi da noi. L'enfasi è quindi sulla responsabilizzazione del giocatore, sul comprendere ed accettare il proprio ruolo all'interno della squadra e su come esercitare in modo positivo la propria leadership.[who do you know has got about presence, when did you last played like him]
C.L.:
Cosa può dirci invece riguardo ai team meetings che coinvolgono l'intera rosa dei giocatori e lo staff tecnico?
J.S.: Credo che questo tipo di meetings, benche' non richieda la stessa frequenza dei "pair meeting" o delle sessioni con gruppi di giocatori descritte in precedenza, sia forse il più importante. Infatti oltre a stabilire i confini tra il gruppo dei giocatori e gli allenatori, ne favorisce al tempo stesso la comunicazione migliorandone la qualità. È mio compito condurre e facilitare questo tipo di riunioni le quali, similmente ai "pair meetings" ed alle sessioni di gruppo, aiutano enormemente a comprendere e stabilire l'identità del gruppo. È importante che lo staff degli allenatori comprenda esattamente le esigenze dei calciatori e, a tal proposito, non esito ad essere particolarmente duro con tutto lo staff degli allenatori qualora io ritenga non venga prestata la giusta attenzione ad un particolare problema o richiesta inoltrata da un determinato giocatore. Ed è altrettanto importante che i giocatori possano esternare il modo in cui si sentono rispetto a determinati atteggiamenti attuati da compagni o
dallo staff tecnico, evitando però di giudicare tali atteggiamenti. Il mio ruolo è quello di incoraggiare questa capacità di esprimersi pubblicamente evitando però che si sconfini nel giudicare gli altri. Si tratta piuttosto di capire il rapporto causa-effetto: un determinato atteggiamento d'un compagno o d'un allenatore può causare un particolare stato d'animo in un membro del gruppo (che può essere tanto positivo che negativo) ed io voglio che ciò venga fuori nelle riunioni di gruppo.
Questo tipo di meeting che ripeto è a mio giudizio estremamente importante, è però difficoltoso da organizzare soprattutto da un punto di vista logistico: non è infatti agevole trovare un ambiente grande abbastanza ad ospitare tutti i giocatori della rosa e tutti gli allenatori.
Non nascondo che alcune delle difficoltà incontrate in questa stagione siano in parte dovute allo scarsissimo numero di team meetings avuti e proprio per le difficoltà appena descritte, in aggiunta ad una scelta di gestione del Manager (che ha però riconosciuto d'aver sbagliato ed annunciato che i team meetings saranno di nuovo parte integrale della prossima stagione) ed a problemi di budget, ovvero la somma stanziata per le mia cosulenza (per lo meno in riguardo alla stagione 2002/03) non poteva consentirmi di essere presente all'inizio ed alla fine della settimana.
C.L.:
A tal proposito vorrei chiederle quali sono i suoi referenti al Tottenham, ovvero quali sono i suoi rapporti con la dirigenza della società e se il contratto che le viene offerto è di natura simile a quello offerto agli altri allenatori.
J.S.: Si tratta d'una domanda complessa che richiede delle precisazioni da parte mia. Il mio referente principale al Tottenham è il Manager Glenn Hoddle. È lui che mi ha voluto al Club ed è lui che ha chiesto al Club (ovvero alla sua dirigenza) un budget lavorativo da assegnare alla mia opera di consulenza. A tal proposito non sono in possesso come gli altri allenatori dello staff tecnico- per allacciarmi alla sua domanda- d'un contratto, ma vengo pagato, per così dire, "alla giornata" ovvero in base alla mia opera di consulenza. Andando nel dettaglio: invio le mie fatture, tramite la compagnia SyCon-The Sporting Bodymind Group- della quale sono co-titolare, al reparto amministrativo del Tottenham, il quale dopo aver ottenuto la firma in contrassegno di Glenn Hoddle sulle medesime, si impegna ad onorarle. Il budget lavorativo messo a disposizione dal Tottenham per le mie prestazioni è stato lo scorso anno ridimensionato, e ciò ha naturalmente influito sul mio coinvolgimento all'interno della squadra.
Durante la stagione appena conclusasi, ad esempio, il budget lavorativo messo a disposizione di Hoddle per avvalersi della mia consulenza bastava a coprire due giorni a settimana, e dato che Glenn voleva che io fossi con la squadra il giorno della partita, non rimaneva che un altro giorno a settimana per portare avanti il mio programma.
Questa organizzazione mi permette tuttavia di svolgere le altre attività professionali nelle quali sono coinvolto.
C.L.:
Quali sono le altre attività nelle quali è professionalmente coinvolto? E sono queste esclusivamente di natura sportiva, e calcistica in particolare?
J.S.: Le racconto un fatto curioso e per me inaspettato: quando pubblicai insieme a Christopher Connolly nel 1985 "Sporting Body, Sporting Mind" ( tradotto in italiano col titolo "L'allenamento mentale degli sportivi", ed. Zanichelli, n.d.a.), fummo contattati da business ed organizzazioni commerciali che, avendo letto o sentito parlare del nostro lavoro, ci chiesero di collaborare con loro aiutandoli a migliorare le performances lavorative dei propri dipendenti, sulla falsariga di quelle sportive. In particolare adattammo le tecniche di "team building" da noi già adottate nello sport (ricordo che le aerolinee scandinave SAS furono i nostri primi clienti provenienti dal mondo del business). A distanza di anni questo tipo di collaborazione è divenuta parte integrante del lavoro che io, ed il mio associato Christopher Connolly, sotto l'egida della SyCon, svolgiamo regolarmente.
Ciononostante gran parte del mio lavoro è naturalmente dedicato ad attività di natura sportiva. In particolare collaboro attivamente con la Federazione Olandese di Field Hockey insieme alla quale conquistammo la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Sydney che va a bissare quella che conquistammo insieme alla Federazione Britannica di Ciclismo alle Olimpiadi di Barcellona grazie alle prestazioni straordinarie di Chris Boardman. Ma non solo: sono spesso in giro per il mondo raccogliendo inviti a presentare, attraverso seminari, la metodologia del mio lavoro e le confesso che nonostante il mio amore per l'Italia (John Syer visita spesso il nostro Paese, n.d.a.), l'Italia è uno dei pochi Paesi nei quali, benché vi lavori per clienti provenienti dal mondo del business, non ho avuto ancora il piacere di presentare un seminario di psicologia sportiva.
C.L.:
Per concludere, data la sua esperienza, quale consiglio si sentirebbe di dare ai giovani che si avvicinano alla professione di psicologo dello sport?
J.S.: La mia lunga esperienza in questo campo mi ha portato a maturare la convinzione che gli studi in psicologia umanistica preparino meglio a questo tipo di carriera che non quelli in psicologia clinica. In particolare il mio campo di provenienza è la Gestalt Therapy (cfr. "Team Spirit" di John Syer, Heinemann, 1986, testo che introduce l'approccio Gestalt allo sviluppo di un team sportivo) che trovo utilissima per il lavoro che ho svolto, e che tuttora svolgo, nel campo della psicologia sportiva. Altre branche di psicologia umanistica che ritengo siano utili alla pratica della psicologia sportiva sono: la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), la Family Therapy, e la Psicocinesi con particolare riferimento al lavoro svolto da Feldenkrais del quale amo citare un motto:
"se sai quel che fai, puoi fare ciò che vuoi".