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Difficoltà di inserimento professionale dello psicologo dello sport

La psicologia dello sport è una disciplina che si sta sviluppando velocemente in questi ultimi anni in Italia. Nonostante questa recente crescita, tardiva rispetto alla diffusione della psicologia dello sport nei paesi anglosassoni, la figura dello psicologo dello sport non è ancora sufficientemente definita e riconosciuta nella realtà rappresentata dalla maggior parte delle federazioni e, soprattutto, delle società sportive italiane.
La psicologia dello sport si trova ad affrontare un problema che è stato già incontrato dagli psicologi che operano in altri settori della psicologia clinica.
Questo problema riguarda le fantasie, le aspettative e i pregiudizi relativi al servizio offerto dallo psicoterapeuta (o in questo caso lo psicologo dello sport).
L'idea del classico modello medico, che riduce la prestazione dell'esperto al diagnosticare un male e proporre una ricetta che "serve per" curare il paziente, per "eliminare" questo male ed ottenere una guarigione, condiziona spesso le fantasie più o meno consapevoli di chi chiede aiuto ad uno psicoterapeuta.
Questo incide sulle aspettative del paziente rispetto a ciò che potrà ricavare da un intervento psicoterapeutico e richiede, da parte dello psicologo, un lavoro di analisi delle motivazioni inconsce che portano questo paziente in terapia (analisi della domanda).
Ciò che avviene in persone che si rivolgono a psicoterapeuti per risolvere profondi problemi psicologici o, quantomeno, per porre fine ad una sintomatologia ben precisa (ancora una volta in seguito alle pressioni delle aspettative irrealistiche determinate dallo spontaneo riferimento ad un modello medico malattia-cura), avviene, a maggior ragione, negli atleti che si trovino a richiedere aiuto psicologico o, addirittura, ad adeguarsi alla scelta di qualcun altro (l'allenatore, la società, ecc…) di farli aiutare da uno psicologo.
In questo caso la fantasia del modello medico è ancora più pericolosa, in quanto questi atleti, che spesso non hanno nessuna particolare problematica psicopatologica, rifiutano l'idea di essere "curati" per aspetti psicologici che li riguardano.
Se scatta la fantasia del modello medico, scatta automaticamente quella del "malato", che crea una serie di reazioni difensive da parte dell'atleta.
Nel caso in cui non si attivi questo tipo di fantasia legato al modello medico, lo psicologo potrebbe comunque essere erroneamente visto fantasticamente come un "mago" con poteri non ben definiti, o comunque come "quello che mi farà fare un risultato", o come una figura assolutamente misteriosa riguardo a ciò che può offrire professionalmente.
Che competenze ha? Che può fare? Come lo fa? Sono in grado di capire se è bravo nel suo campo? Da che lo posso capire? In che caso potrò dire che il suo lavoro "funziona"?
Questi sono degli interrogativi che si pongono atleti o allenatori.
Addirittura, nel caso in cui l'allenatore sia il "mandante", riguardo all'intervento dello psicologo dello sport sugli atleti, il primo può addirittura trovarsi nella condizione di dover convincere il proprio atleta che questo supporto comunque serve, non avendo chiaro lui per primo il tipo di prestazione che l'esperto di psicologia possa offrire.
Credo che sia dipeso anche da questi motivi il tipo di approccio che ho avuto nel presentarmi come psicologo dello sport ad un centro sportivo militare di alto livello.
Premettendo che, nel mio caso, come probabilmente in molte altre esperienze vissute da psicologi dello sport, non sono stato contattato dai miei committenti, ma mi sono proposto io al centro sportivo, mi sono accorto della necessità di lavorare in modo particolare sull'analisi della domanda. È necessario tener conto che, di fatto, la domanda stessa può essere preceduta da una sorta di presentazione attraverso cui lo psicologo spiega in che consiste in grandi linee il proprio lavoro.
La domanda degli allenatori è consistita, nel mio caso, più in un interessamento e una curiosità per ciò che proponevo che in una richiesta di aiuto in seguito ad una situazione di necessità particolare.
Tuttavia gli allenatori in questione sono sembrati molto affascinati dalla possibilità di avere una non meglio definita "arma in più" per ottenere determinate prestazioni.
Questi hanno poi "selezionato"una serie di atleti che, a loro dire, avevano maggior bisogno di un intervento psicologico e che erano più interessati al progetto che gli avevo proposto e presentato diffondendo degli stampati.
È evidente che la domanda degli atleti che seguo è molto particolare e diversa rispetto a quella di un utente che, per propri problemi, per propria iniziativa o, al massimo spinto da un parente o dal proprio partner, si rivolga allo psicoterapeuta.
Questa particolarità ha reso ancora più ostico il mio compito: non stavo svolgendo un lavoro per rispondere alla richiesta di qualcuno bisognoso, ma lavoravo con persone che, in linea di massima, erano interessate, al limite anche entusiaste, riguardo a ciò che io proponevo loro.
Di conseguenza il rischio, dal quale ho cercato di tenermi in guardia, era quello di dover dimostrare qualcosa a qualcuno: dimostrare che in effetti il mio lavoro serviva a qualcosa.
Questo mi avrebbe portato alla pericolosa "collusione" con possibili fantasie degli allenatori di far fare un certo risultato agli atleti.
Non è facile in questi casi limitare le eccessive aspettative dell'utente e, allo stesso tempo, mantenere un ruolo di rilievo che risulti importante e interessante.
La logica del prodotto da offrire scaturisce nella richiesta, da parte dello staff tecnico, di far ottenere un preciso risultato ad un preciso atleta.
Il lavoro più importante credo sia proprio quello di informazione sul ruolo dello psicologo dello sport e la proposta di obbiettivi di maggior pertinenza allo psicologo facendone capire la necessità agli allenatori.
Questi obbiettivi potrebbero riguardare la creazione di spazi di riflessione sul rapporto del tecnico con il proprio atleta, la gestione dello stress, il goal setting, il miglioramento di abilità cognitive importanti per la disciplina sportiva in questione, l'acquisizione da parte dell'atleta di tecniche di rilassamento efficaci.
Il raggiungimento di questi scopi, oltre che migliorare "l'ambiente di lavoro" in cui si trovano tecnico e atleta, potranno portare indirettamente ad un miglioramento delle prestazioni che non deve essere l'unico obbiettivo preso in considerazione.
Si dovrebbe molto insistere sull'importanza della pianificazione degli obbiettivi, specificando che il miglioramento dell'ambiente psicologico dell'atleta, oltre che un importante scopo in se stesso, rappresenta una condizione necessaria, e non sempre sufficiente, per il raggiungimento di una prestazione sportiva di alto livello.
Un'ulteriore difficoltà, nella gestione del "primo approccio" con la società sportiva presso la quale lo psicologo si propone, è quella relativa all'aspetto economico.
È evidente che l'alone di incertezza che accompagna la figura dello psicologo dello sport può rendere titubante la società ad "investire" su certi progetti.
Nel mio caso (si trattava della mia prima esperienza come psicologo dello sport) ho accettato una collaborazione anche in assenza di un contratto che "forse verrà".
L'allenatore con cui ho parlato, disponibile, interessato e con aspettative abbastanza realistiche rispetto ad altri tecnici, mi ha tuttavia spiegato che il Centro sportivo mi avrebbe con più probabilità finanziato nel caso in cui avessi, ancora una volta, "fatto fare certi risultati agli atleti", "dimostrando" l'importanza della figura dello psicologo dello sport e l'opportunità di assumere proprio me per svolgere quella funzione. L'esperienza in questo centro sportivo, che si sta rivelando oltremodo interessante e costruttiva, nonché soddisfacente in termini di risultati ottenuti, mi insegna che "lavorare gratis" per "dimostrare di valere" è un compito particolarmente difficile specie quando si ha a che fare con un lavoro che verte su dinamiche psicologiche.
Gli studi degli psicoanalisti sull'importanza della parcella anche da un punto di vista psicodinamico sono a questo proposito decisivi.
Non dando un valore economico alla prestazione che offro, corro costantemente il rischio di mettere alcuni atleti nella condizione di credere che "mi stanno facendo un favore".
La consapevolezza e la comprensione di queste situazioni mi ha per ora aiutato nell'affrontarle con relativo successo, ma resta il fatto che l'atleta debba in qualche modo investire e dare importanza al lavoro psicologico al quale partecipa. Se la società a cui appartiene è la prima a non valorizzare questo lavoro tutto risulta più difficile.
Una nota positiva riguarda comunque la possibilità di gestire questi problemi, offrendo un lavoro di qualità nel quale per primo lo psicologo deve credere fermamente. La conseguenza più probabile sarà l'ottenimento di una maggiore "alleanza terapeutica" con l'atleta, la condivisione di aspettative più realistiche e l'abbandono delle fantasie idealizzanti o invece difensive di cui parlavamo prima.
Se all'atleta e allo staff tecnico vengono proposti strumenti efficaci e non mirati ad obbiettivi irraggiungibili, questi potranno beneficiare di un ambiente migliore di cui difficilmente vorranno fare a meno.

Giorgio Merola