Le foto di Mária Švarbová

In questa immagine della fotografa slovacca Mária Švarbová, la piscina comunale diventa un posto di grande bellezza

3,2,1 Mária Švarbová

 

Gli atleti e soprattutto gli adolescenti s’impegnano maggiormente a imparare quelle abilità che ritengono siano importanti per l’allenatore

Gli atleti e soprattutto gli adolescenti s’impegnano maggiormente a imparare quelle abilità che ritengono siano importanti per l’allenatore.

Vero. Questo concetto fa riferimento a quelle domande che riguardano, ad esempio, la distrazione degli atleti, la difficoltà a restare concentrati o la gestione dell’ansia.  Spesso gli allenatori si limitano a rispondere a queste esigenze dicendo al proprio allievo di restare concentrato o di calmarsi. Quindi risposte poco utili e che lasciano l’atleta solo di fronte alle sue difficoltà. Non insegnano ad esempio a fare un respiro profondo o a servirsi dell’allenamento ideomotorio come tecniche mentali per non subire ma essere attivi e propositivi. Queste modalità d’intervento sono descritte anche sui libri di metodologia dell’allenamento (Weineck, 2001) ma raramente vengono prese in considerazione. Di conseguenza agli atleti non viene in mente di servirsene per la ragione che i loro allenatori non le insegnano perché non le ritengono utili.

Gli allenatori non insegnano ai loro atleti ad accettare gli errori

Gli allenatori insegnano agli atleti ad accettare gli errori.

Falso. Gli allenatori parlano di frequente di questa necessità ma raramente dedicano del tempo in allenamento a insegnarla. Non è certo una strategia d’insegnamento dire a un giovane: “hai sbagliato, non ti preoccupare, vai avanti e concentrati su quello che devi fare”. Poiché l’allievo è invece preoccupato, continua a pensare all’errore compiuto e non sarà affatto concentrato su quello che dovrebbe fare. L’allenatore spesso pensa: “Non so più che dirgli, lo sa che per me non è un problema se sbaglia, voglio solo che si concentri sull’azione successiva”. Gli atleti non cambiano e non migliorano applicando frasi prestabilite: se sei agitato, sta calmo; se sei distratto, concentrati; se sei depresso, pensa in positivo. Bisogna invece allenare a reagire positivamente agli errori. Nel tennis se in una partita ci sono stati 200 punti, vince chi ne fa di meno e comunque si commettono molti errori. In questo caso può vincere la partita facendo 90 errori, quindi accettare questa quantità di errori è decisivo se si vuole avere successo. Gli allenatori di tennis che sono sempre pronti a fornire istruzione tecniche in allenamento a seguito di un errore, bloccando il gioco e fornendo spiegazioni, raramente si comportano nello stesso modo in seguito a errori a prevalenza mentale. Ad esempio, se un giocatore al termine di uno scambio affretta i tempi esecuzione del servizio non viene mai fermato per riportarlo al timing di esecuzione corretto. In altri termini, si allena quasi unicamente la tecnica o il gioco e mai le reazioni comportamentali, insegnando a bloccare quelle dannose e sollecitando quelle utili al gioco.

Gli allenatori non allenano l’attenzione

Gli allenatori pensano che essere concentrati sia una questione che principalmente riguarda gli atleti e dedicano poco tempo allo sviluppo di questa abilità.

Vero. L’allenamento ideomotorio è una tecnica di concentrazione che consiste nella ripetizione del gesto sportivo come se lo si stesse eseguendo in quello stesso momento. Le prime ricerche in questo ambito risalgono agli anni ’50 e già nel 1985 su SdS-Rivista di Cultura Sportiva venne pubblicato una rassegna su questo tema di Richard Frester da cui ne emergeva l’utilità nelle seguenti fasi dell’allenamento:

  1. Perfezionamento tecnico dei singoli elementi del movimento e di esercizi completi negli sport nei quali sono richiesti movimenti ciclici e aciclici.
  2. Addestramento di singoli parametri del movimento come del senso del ritmo, del tempo, e della frequenza.
  3. Correzione dei processi motori errati e per rompere stereotipi motori
  4. Promuovere o sostenere un effetto di mantenimento dei movimenti … Particolarmente adatto nelle fasi di riposo attivo.
  5. Preparazione e impostazione della gara. L’AI facilita la concentrazione sul decorso dei movimenti e la realizzazione delle concezioni tecnico-tattiche di gara.

L’enfasi sulla vittoria è la rovina degli atleti

In Italia si pone troppo l’enfasi già nei bambini di 12 anni sull’importanza della vittoria e questa è un’opinione condivisa da molti allenatori, per cui i nostri atleti arrivano a 18 anni che sono esausti fisicamente e mentalmente. 

Vero. Si vogliono saltare le tappe dello sviluppo dell’atleta che deve essere un processo a lungo termine, per ottenere invece, risultati sportivi che non hanno alcun significato se non quello di glorificare allenatori, federazioni e genitori e d’illudere i ragazzi portandoli a credere che avranno un futuro vincente. Queste convinzioni vanno contro qualsiasi dato scientifico, ormai alla portata di tutti su internet, ma sono ignorati dalla maggior parte degli operatori dello sport. E’ un fenomeno diffuso in tutto il mondo, questo dello sfruttamento precoce dei giovani atleti che già da anni è stato denunciato in tutti i paesi anglosassoni ma che continua a persistere.

Sei veramente il leader dei tuoi atleti

E’ opinione diffusa che un atleta che possegga tecnica, tattica e forma fisica dovrebbe essere nella condizione ottimale per gareggiare al proprio meglio.

Falso. Conosco atleti olimpionici che non si sono più ripresi da una sconfitta subita alle olimpiadi successive. Medaglie d’oro che nel successivo quadriennio non si sono più espresse a quel livello o altri che sono più volte giunti ai Giochi con il titolo di campione del mondo e non sono mai entrati in finale. Forse non erano in forma o avevano perso la tecnica? Capisco però che è difficile per chi insegna uno sport convincersi che pur se tecnica e fitness sono indispensabili per sentirsi come una Ferrari di F1, poi serve il pilota (la mente) senza il quale tutto il resto non serve a niente. Gli allenatori devono convincersi del loro ruolo psicologico, e della necessità di acquisire le abilità professionali necessarie per svolgere anche queste funzione. E’ chiaro che se ci si affida solo alle poche ore teoriche di psicologia dello sport presenti nei Corsi di formazione ufficiali, non si potrà di certo svolgere questa funzione motivazionale, d’incoraggiamento e di leadership che gli atleti necessitano.

Elogio del camminare

Camminare è il primo desiderio di un bambino e l’ultima cosa che vorrebbe perdere un anziano. Camminare è un’attività che non richiede sforzi fisici. È la cura senza farmaci, il controllo del proprio peso senza dieta, ed è il cosmetico che non si trova in farmacia. È un rilassante senza pillole, una terapia senza psicanalista, ed è la vacanza che non costa nulla. Camminare è conveniente, non richiede particolari attrezzature, è adattabile ad ogni esigenza ed è un’attività intrinsecamente sicura. Camminare è naturale come respirare.

John Butcher, fondatore di “Walk21”

Lo stato ponderale del bambino risulta correlato con quello dei genitori. Infatti, quando almeno uno dei due genitori è in sovrappeso il 22,2% dei bambini risulta in sovrappeso e il 5,6% obeso. Quando almeno un genitore è obeso il 30,7% dei bambini è in sovrappeso e il 13,3% obeso. Questi dati del Ministero della Salute si riferiscono alla provincia di Modena, in molte altre Regioni il trend è ancora più negativo.

 

Martin Ashton, ora paraplegico, ritorna come trial biker

Martyn Ashton era un fortissimo trial biker che in seguito ad una caduta, tre anni fa, è diventato paraplegico, costretto in carrozzella.

I suoi amici, tra cui Danny MacAskill, hanno aiutato Martyn a costruire uno speciale seggiolino, ancorato al canotto della bici, che gli ha permesso di guidare la bici in discesa, e sentirsi – ancora una volta – un biker.

Questo bellissimo video, oltre ad essere emozionante, è un ottimo incentivo a chi vorrebbe, ma non se la sente, per un motivo o per l’altro, serio o non serio. Guardate ed emozionatevi per il rientro in bici di Martyn.

 

 

La mentalità delle squadre secondo Desmond Morris

In questo mese è stato nuovamente pubblicato il libro del 1981 dell’antropologo Desmond Morris “La tribù del calcio”. Uno dei temi del libro riguarda il significato e la funzione dei goal, a cui ho dedicato un’indagine svolta su quattro campionati europei, di cui riporto parte dell’introduzione.

 

Nel gioco del calcio segnare o subire una rete rappresenta l’apice del gioco di una squadra e esercita una notevole influenza sulla fiducia e sulle emozioni delle due squadre. E’ l’evento più importante della partita. Già trenta anni fa l’antropologo Desmond Morris, nel suo libro dedicato all’analisi del calcio come fenomeno tribale, scriveva:

“Una delle qualità che rendono i goal tanto importanti è la loro rarità. Nel calcio professionistico moderno il punteggio più frequente di una squadra al termine dei novanta minuti di gioco è uno. O zero … ogni squadra ha poco più di un migliaio di contatti con la palla per partita. Il che significa che un giocatore che colpisce la palla ha meno di una possibilità su mille di segnare. Non c’è da stupirsi quindi se, quando questo accade, la reazione è così potente. Non c’è da stupirsi se quel raro esemplare che è il goleador o cannoniere venga elevato, nel folklore tribale, al piedistallo di un vero e proprio eroe” (1981, p.104).

Inoltre, analizzando i 9000 goal effettuati tra aprile 1978 e novembre 1980 in partite di campionato e di coppa inglesi, Morris trovò che la loro frequenza aumentava con il passare del tempo. Erano circa 5000 i goal segnati nel secondo tempo, di cui 1800 erano stati messi a segno negli ultimi 15 minuti della partita, evidenziando globalmente che la probabilità di segnare aumentava col procedere della partita.

In conclusione questa indagine è un omaggio alle idee innovative che Morris propose trenta anni fa e che restano attuali anche se le condizioni socioeconomiche che attraversa il gioco del calcio oggi sono diverse da quelle degli anni ’70. Il significato e la funzione dei goal sono rimasti comunque gli stessi, anzi l’importanza di vincere nonché le aspettative delle società e dei tifosi si sono fortemente ingigantite.

Pertanto studiare quando vengono segnate le reti, al di la del suo valore statistico, permette di aprire uno squarcio sulla mentalità delle squadre e sul loro modo di condurre la partita.

Infine, Morris evidenziò un altro fattore rilevante e cioè che le difese si erano nel tempo mostrate più efficaci nel fermare gli attaccanti, di quanto questi ultimi fossero progrediti nell’incrementare il numero di goal. A tale riguardo nella Lega inglese nel 1960 venivano segnate annualmente circa 7000 reti, nel 1965 scendevano a 5800, nel 1970 a 5100, e questo numero con fluttuazioni di anno in anno si mantenne stabile sino al 1979 (anno in cui venne svolta l’indagine).

Il significato del mettere a segno una rete ha molte spiegazioni:

-          “… i cacciatori diventano calciatori, l’arma è la palla e la preda è porta” (Morris, 1981, p. 15)

-          “immaginarla come una specie di guerra in miniatura … Quello che conta è proprio la differenza tra il numero di goal segnati dalle due squadre … il risultato finale si ricollega invece al simbolismo della battaglia” (p. 17-18).

-          “Se la squadra di casa vince una partita, i tifosi locali possono vantare un’importante vittoria anche in campo psicologico e sociale … Non c’è disgrazia peggiore per le tribù della retrocessione: in caso di retrocessione la perdita del prestigio sociale è talmente grande che la squadra si autopunisce con un sacrificio simbolico: in genere licenziando l’allenatore” (p. 22-23).

-          “E’ importante ripetere una volta per tutte che non esistono dubbi circa il significato religioso di una partita di calcio … il cittadino è sempre più affamato di occasioni di incontro di massa, in cui può vedersi o essere visto come facente parte di una comunità” (p.23).

-          “Ogni partita di calcio è un’impresa commerciale preceduta da molta pubblicità” (p.27).

In conclusione questa indagine è un omaggio alle idee innovative che Morris propose trenta anni fa e che restano attuali anche se le condizioni socioeconomiche che attraversa il gioco del calcio oggi sono diverse da quelle degli anni ’70. Il significato e la funzione dei goal sono rimasti comunque gli stessi, anzi l’importanza di vincere nonché le aspettative delle società e dei tifosi si sono fortemente ingigantite.

Pertanto studiare quando vengono segnate le reti, al di la del suo valore statistico, permette di aprire uno squarcio sulla mentalità delle squadre e sul loro modo di condurre la partita.