Quanto è difficile essere tifosi di se stessi

Ma quanto è difficile essere il primo tifoso di se stessi! Un atleta dovrebbe mostrare questa convinzione nei propri confronti e invece è una delle cose più difficili da fare. Alcuni esempi:

  • Una ragazza mi dice “Ho fatto quattro gare quest’anno e nessuna è andata bene … allora smetto non serve nulla che continui a fare bene solo in allenamento”.
  • Un ragazzo mi dice “stavo gareggiando bene poi ho pensato che non potevo continuare in questo modo e così ho sbagliato e non sono entrato in finale”.
  • Un altro ragazzo ai campionati del mondo prima della finale “Questa volta devo prendere una medaglia”. E’ arrivato quarto.
  • Una ragazza “questa volta ho perso male non ho creduto fino in fondo in me stessa”.

Ognuno di loro svolge l’attività di atleta in modo professionale, è la loro attività principale, è quella in cui vogliono realizzarsi nella vita. In queste occasioni non si sono dimostrati i migliori tifosi di se stessi.  Lo sport agonistico richiede un elevato livello di fiducia in se stessi e l’incoscienza di sapere che la prossima volta andrà meglio di questa. Questa consapevolezza nasce dall’impegno profuso in allenamento, dal sapere che è vero che 1, 2, 3 0 più volte non andrà bene, ma non importa perché continuando in questo modo verranno anche i risultati. L’importante è continuare a sostenersi soprattutto quando le cose vanno male. In sintesi serve:

  • impegno totale in allenamento
  • sostegno totale in gara indipendentemente dai risultati
  • aspettativa fiduciosa dei risultati

In campo insieme: allenatore e psicologo

Alcune scuole calcio hanno già inaugurato il loro anno sportivo e altre lo faranno in questa settimana. Mi auguro che sempre più società abbiano accolto nel loro staff uno psicologo dello sport, apprezzando il valore aggiunto fornito da un professionista preparato a lavorare nello sport.

Ascoltando alcuni colleghi scopro che spesso ad ostacolare l’entrata di uno psicologo nello staff sono gli allenatori, preoccupati di perdere il ruolo centrale della loro figura, ma altrettanto spesso accade che gli allenatori pur avendo in società uno psicologo, non sanno cosa possono chiedere e come farsi autare.

Ho sempre creduto nell’integrazione delle diverse figure professionali all’interno di ogni situazione sportiva ed in particolare nella scuola calcio. Qui si intrecciano tanti aspetti differenti che coinvolgono la crescita tecnica, ma anche fisica e psicologica del bambino e per questo motivo l’integrazione di competenze diventa imprescindibile.

Ho chiesto ad un esperto di calcio con il quale collaboro da anni in tema di calcio giovanile, di scrivere una lista di quanto mi ha chiesto e di quelle ciò che, con la sua esperienza di lavoro integrato tecnico-psicologo, può suggerire di  chiedere. La pubblico per condividere con psicologi e allenatori  il punto di vista di un allenatore che ha imparato a sfruttare al massimo l’opportunità data dal lavoro di squadra.

Cosa chiede l’allenatore allo psicologo

  • Come facilitare la comprensione
  • Come avere maggiore attenzione
  • Come gestire comportamenti scorretti
  • Come gestire i conflitti nel gruppo
  • Come motivare
  • Come dare modelli adeguati
  • Come comportarsi: di fronte a comportamenti scorretti o inadeguati; nei confronti di altre società
  • Come rinforzare/gratificare adeguatamente
  • Che metodo didattico utilizzare e come metterlo in pratica
  • Come correggere senza punire

(di Daniela Sepio)

Doping o impegno?

Spesso mi chiedo che senso abbia il continuare a parlare di eccellenza nello sport quando continuamente scopriamo quanto il doping sia penetrato in questo mondo e quanto l’etica in molti atleti si confonda con l’omertà. L’etica in questi casi consiste nel proteggere un compagno che si dopa in accordo a una patologica definizione di morale, secondo cui si deve proteggere il proprio ambiente indipendentemente dalle azioni illegali e immorali che vengono praticate. La motivazione principale addotta per giustificare questo approccio al doping consiste nel pensare che non si possa eccellere senza questo aiuto. Assunto questo punto di vista, chi si oppone, condannando questo tipo di cultura sportiva, viene considerato un moralista che vuole imporre delle regole anacronistiche, poiché tutti si dopano. Domina la filosofia dell’Embé: “Hai visto hanno preso Tizio che si dopava”, “Embè che sarà mai, tanto lo fanno tutti, se vuoi vincere non c’è alternativa”. Questa filosofia si caratterizza per due idee principali: “Tanto peggio, tanto meglio” e “Sono tutti dei ladri”. Quando questa concezione si è diffusa fra gli adulti, molti hanno cominciato a doparsi per partecipare alle gare Master; vi sono casi in cui i genitori hanno chiesto al medico un “aiutino” per il loro figlio, sempre più spesso le palestre sono diventate luoghi di vendite di prodotti illegali e vi sono medici e fisioterapisti che hanno intrapreso questo tipo di consulenza per aumentare i loro guadagni. E’ invece proprio a partire dall’ampia diffusione di questa desolante concezione della cultura sportiva che dobbiamo reagire e continuare a parlare di eccellenza. Riguarda quelle prestazioni sportive di livello assoluto che dipendono solo dall’impegno e dedizione dell’atleta e dall’avere seguito insegnanti e programmi di altrettanto valore. Non dobbiamo cedere alla filosofia dell’Embè perché questa devasta i nostri giovani e i loro insegnanti. Il doping e ogni azione illegale nello sport vanno combattute diffondendo la cultura dell’impegno e del diritto di sognare che è possibile raggiungere qualsiasi risultato. Bisogna colpire penalmente chi si dopa ma allo stesso tempo bisogna cambiare questa cultura dello sport mortifera. I bambini e gli adolescenti rappresentano il nostro futuro e devono imparare che si può avere successo grazie al proprio impegno. Dobbiamo fare di più e meglio perché gli allenatori siano non solo professionalmente competenti ma sposino totalmente una visione etica del lavoro.

Il movimento è alla base dello sviluppo dei bambini

Nei primi anni di vita un giovane deve imparare i movimenti di base e lo scopo dell’attività motoria è di insegnare in modo divertente ai bambini e alle bambine a muoversi in modo efficace e efficiente, in un ambiente sicuro e con la consapevolezza di ciò che stanno facendo. Per la formazione del giovane il raggiungimento di questo risultato è tanto importante quanto l’acquisizione dell’alfabetizzazione linguistica e matematica.

Nello specifico dai tre ai sei anni i bambini devono acquisire le abilità motorie di base (ad esempio, piegarsi sulle gambe) che rappresentano il fondamento di tutta l’attività fisica e  dalla cui combinazione nascono le principali competenze di ogni sport. Sono questi gli anni in cui vanno sviluppate le seguenti abilità:  passo (andatura), piegamento sulle gambe, muoversi rapidamente in avanti, flessione, spingere, tirare, ruotare e fare una torsione. I movimenti complessi sono composti da questi differenti elementi di base e le azioni del bambino saranno adeguate se saprà integrare fra loro le diverse sequenze motorie. Ad esempio, saltare si basa sul movimento del piegarsi sulle gambe mentre nel lancio del frisbee a questo movimento si aggiungono lo spingere e la rotazione.  In ogni gesto sportivo, anche nel più complesso, sono rintracciabili questi schemi motori di base. Pertanto, se un giovane non ha imparato a padroneggiarli con maestria, i suoi ulteriori apprendimenti motori potrebbero essere compromessi o ridotti.

Non è, però, solo questione d’insegnare in modo letterale i movimenti di base, poiché ogni forma di schematizzazione comporta una semplificazione eccessiva della realtà motoria e una riduzione delle esperienze di movimento. E’ quindi necessario fornire ai bambini l’opportunità di sperimentare il più ampio numero di comportamenti. Ad esempio, a partire dall’età di due anni si può già insegnare ad andare sui pattini in linea, in bicicletta o ad arrampicarsi se i genitori sono disposti a insegnare ai propri figli come fare. Questo dato evidenzia il ruolo decisivo che gli adulti, in questo caso i genitori, svolgono nel favorire o ostacolare lo sviluppo motorio, comprese le implicazioni psicologiche e sociali ad esso connesse. Bambini iperprotetti che ha tre anni non salgono da soli sull’altalena o camminano poco perché è più comodo portarli in passeggino o lasciarli a casa a guardare la televisione, sono esempi di come si può quotidianamente sviluppare una riduzione della motricità e sviluppare uno stile di vita sedentario.

Il bambino è il principale artefice della costruzione dei propri processi conoscitivi siano essi:

  • motori: si riferisce alla azioni e alle ripetizioni di azioni, agli esercizi che il bambino effettua autonomamente sulla realtà ambientale in cui vive e alla percezione di consapevolezza che ne deriva. Pensiamo ai diversi modi di salire e poi di scendere, ad esempio da un divano, che il bambino mette in atto attraverso un numero ampio di ripetizioni. Prova così gli schemi motori di base, ogni volta in modo diverso da quella precedente, li compone spontaneamente in sequenze differenti e attraverso la ripetizione giunge a sviluppare un’abilità motoria specifica.
  • cognitivo-affettivi: il bambino conosce le proprietà degli oggetti, ne fa esperienza, li pone in relazione con se stesso, arricchendo così la sua conoscenza del mondo e del modo di rapportarsi ad esso.
  • sociali: l’apprendimento può essere accelerato attraverso l’interazione sociale, che avviene essenzialmente per mezzo del linguaggio. A tale riguardo l’interazione con un adulto che osserva il bambino in questa sua azione sarà positiva se è volta a incoraggiarlo e  a garantirgli lo svolgimento in un ambiente sicuro. Diventerà negativa e, pertanto, ostacolante l’esperienza se l’adulto interviene per inibire l’azione o per renderla troppo facilitata. Di conseguenza l’opportunità di fare esperienza e le interazioni sociali rappresentano il contesto al cui interno il bambino svolge le sue azioni.

L’equilibrio e il conseguente adattamento si raggiungono attraverso i processi di assimilazione e accomodamento. L’assimilazione consiste nel fare propri gli elementi di novità che vanno ad arricchire gli schemi motori e mentali, così facendo vengono incorporati i dati dell’esperienza in funzione delle strutture interne già esistenti. L’accomodamento, invece, è il processo per mezzo del quale le strutture interne vengono cambiate dalle esperienze esterne, consentendo ai processi di sviluppo del bambino non tanto di arricchirsi di nuovi elementi ma di svilupparsi a livelli evolutivi superiori. Pertanto, l’assimilazione è un processo di conservazione e arricchimento delle competenze mentre l’accomodamento rappresenta una novità nel processo di sviluppo.

In conclusione, l’evoluzione motoria del bambino avviene attraverso un migliore adattamento all’ambiente. Il bambino evolve a partire dai movimenti primari attraverso la maturazione del sistema nervoso, l’esperienza e l’interazione sociale che costituiscono il terreno su cui interviene il fattore di equilibrio. Questo fattore consente al bambino di agire sull’ambiente attraverso le competenze motorie e psicologiche che possiede ma nel contempo queste stesse vengono modificate in funzione delle situazioni.

No miracoli nello sport

Lo sport non è un ambiente nel quale succedono miracoli. Sono stato al Campionato del mondo di tiro a volo con la nazionale di Malta ed è successo proprio questo. I tiratori hanno fornito prestazioni al loro massimo livello ma non ci sono stati miracoli. Nella fossa olimpica i tiratori hanno ottenuto la migliore prestazione degli ultimi 10 anni  con 118 e 117 su 125. Mentre nella fossa olimpica l’atleta maltese juniores ha ottenuto il 13° posto su 65 partecipanti. Nella specialità double trap juniores Nathan Xuereb ha terminato al 1° posto la qualificazione con 139 su 150 e in finale è giunto 4°. Riporto questi risultati per spiegare che il viaggio verso l’eccellenza è lungo e si ottiene con miglioramenti che vengono prima consolidati in allenamento. La possibilità concreta di ottenere dei risultati di livello assoluto si costruisce facendo punteggi elevati già in allenamento e partecipando a molte gare internazionali. In queste situazioni la preparazione tecnica e mentale degli atleti viene messa alla prova e permette loro di diventare consapevoli della propria forza e di saperla esercitare nei momenti agonistici più importanti. Per questo non ci sono miracoli ma molto lavoro in cui tecnica e mente si allenano insieme con il supporto dell’allenatore e dello psicologo dello sport.

Giovanni Pellielo: Una leggenda dello sport olimpico

Oggi a Granada Giovanni Pellielo ha conquistato per la settima volta il diritto di partecipare alle Olimpiadi. E’ arrivato 3° ai campionati del mondo con un percorso esaltante. Nella fase eliminatoria ha ottenuto 124 su 125 classificandosi primo insieme ad altri due tiratori. Nella semifinale ha preso 14 piattelli su 15. Ha dovuto spareggiare con un altro tiratore, ha sbagliato subito e si è trovato a gareggiare contro un altro tiratore per il terzo posto. Di nuovo 15 piattelli, li ha presi tutti mentre il suo avversario ne ha sbagliati 3. Con questo risultato ha vinto anche la carta olimpica per Rio alla prima occasione in cui è stata messa in palio. Se, come probabile, andrà a Rio sarà la sua settima olimpiade dove finora ha vinto 3 medaglie. E’ l’atleta più vincente della storia del tiro a volo, avendo anche vinto 4 mondiali e decine di gare internazionali. Ha 44 anni.

“Il Sole Dentro”…il calcio

Nel 2012 è uscito nelle sale “Il Sole Dentro” un film di Paolo Bianchini da pochi conosciuto, un bel film, uno di quei film che non vai a vedere perché bombardato dalla pubblicità, ma che vai a vedere perché qualcuno te ne ha parlato cosi bene che non puoi farne a meno, uno di quei film non alimentato dalla grande distribuzione, ma che vive per il passaparola. Soprattutto  “Il Sole Dentro” è un film da vedere  per chi ha voglia di una storia di calcio diversa dal solito, una storia di baby calciatori troppo spesso dimenticati. Il film tra le varie tematiche affrontate, parla anche della tratta dei giovanissimi calciatori africani.

Il regista Paolo Bianchini cosi parla in un’intervista (Azzolini per fantagazzetta.com): “per un Eto’o, ci sono altri ventimila ragazzi africani presi dai villaggi e portati in Europa, i presunti procuratori internazionali pagano una piccola cifra alle famiglie, e portano con sé i ragazzi, tredicenni, non di più. Se ai provini questi ragazzi vanno male, di loro non si sa più niente. Vengono semplicemente abbandonati, magari ad una pompa di benzina, come capita al protagonista del film”.

E’ una piaga che riguarda soprattutto la Francia, ma da cui l’Italia non è assolutamente esente, spiega Bianchini, “anche perché è vero che la normativa è chiara (prima della maggiore età un ragazzo africano si può trasferire in una società sportiva europea solo accompagnato dai familiari, a spese della società , ndr.), ma la Fifa non può monitorare tutti i singoli spostamenti, che sono migliaia. Anche perché spesso questi provini avvengono per società piccole, o dilettantistiche. Se vanno male, questi sedicenti agenti, che in realtà sono scafisti del calcio, non si creano problemi a lasciare questi ragazzi in mezzo ad una strada”.

Il Sole Dentro è una storia di calcio, di amicizia e di solidarietà. La storia di Thabo, immigrato originario di un piccolo villaggio africano e Rocco, quattordicenne di Bari. La loro storia si incrocia e fa da cornice ad una storia vera, quella di due ragazzini guineani, Yaguine e Fodè, che scrivono una lettera indirizzata ai “grandi” del Parlamento Europeo. La lettera parla del tormentato continente africano, dei diritti dell’infanzia negati, della voglia di riscatto e progresso civile espressa dalle giovani generazioni. È il 1999, i due vanno all’aeroporto e si infilano di nascosto nel vano del carrello di un aereo: destinazione, Bruxelles, con l’intenzione di consegnare la loro missiva direttamente nelle mani dei rappresentanti dell’Europa. Quando l’aereo atterra a Bruxelles, un tecnico scopre abbracciati i corpi assiderati di Yaguine e Fodè, accanto alla lettera indirizzata “ Alle loro Eccellenze”.

È un film che chi è nel calcio dovrebbe vedere, un film su cui riflettere, che permette di assaporare un altro lato del calcio e soprattutto un film che dovrebbe essere visto da tanti “pseudo-procuratori” che sempre più spesso e sempre più presto girano intorno ai piccoli calciatori.

Campionati del mondo di tiro a volo: non c’è posto per la distrazione

E’ iniziato oggi a Granada il Campionato del Mondo di Tiro a Volo. In questa prima giornata sono state fatte due serie da cui è emerso ancora una volta che questo è uno sport in cui non c’è spazio per gli errori. Su 50 piattelli sparati vi sono ben 12 atleti a punteggio pieno, non hanno fatto un errore e 24 che ne hanno commesso solo uno, su un totale di 145 partecipanti. In finale ne andranno solo 6 e quindi ci sono dopo il primo giorno 36 tiratori che realisticamente posso aspirare a questo risultato. La gara dura tre giorni e domani ci saranno altre due serie. Ce la farà chi stanotte dormirà bene e che domattina penserà che è un altro giorno in cui deve cominciare con sparare bene al primo e poi così di seguito ma sempre stando concentrato su un piattello alla volta. Guai a mettersi ulteriore pressione ma guai anche solo a pensare “come sto sparando bene oggi”. Chi saprà restare concentrato solo su quello che sta per fare e su nient’altro domani sera contento.

#IWillWhatIWant

#IWillWhatIWant non è solo uno spot che pubblicizza una nota marca di articoli sportivi ma è parte di una campagna della Under Armour per sostenere l’empowerment delle donne. Protagonista del minuto di video è Gisele Bündchen, intenta in un duro allenamento al pungiball. Un altro video ha invece come protagonista la ballerina Misty Copeland. Trovo che sia una campagna geniale, che a sua volta è inserita in un contesto più ampio di azioni condotte da questa azienda. L’altra campagna che hanno promosso si chiama Protect This House. I WILL che parla della Casa in cui si fa sport.

One million arm: una storia di trasferimento di talento

Ho visto il film intitolato “One million arm” che narra la storia di un visionario manager US che intende scoprire talenti per il baseball in giovani che praticano altri sport. Si convince che l’India è il paese ancora meno sfruttato per questa ricerca e convince un ricco cinese a finanziare questa ricerca. Chi lancerà una palla di baseball a 80 miglia parteciperà a un periodo di allenamento e successivamente i due atleti migliori vinceranno un premio e si trasferiranno per un anno negli USA ad allenarsi. Al termine dell’anno i due atleti indiani non riescono a superare il provino organizzato con i migliori scout del baseball e l’impresa sembra fallita. Il manager però riesce a ottenere un finanziamento per un altro anno al termine del quale invece i due ragazzi riescono a convincere gli esperti con i loro lanci. Conclusione, sono stati i primi due indiani a giocare nella Major League.

Questa è una storia vera che racconta come la ricerca del talento sia a tutt’oggi ancorata a stereotipi scientifici troppo rigidi, che impediscono che storie come questa siano molto più frequenti. I britannici lo hanno capito da tempo e negli ultimi 8 anni hanno arricchito le loro nazionali di circa 100 atleti servendosi di un sistema come quello descritto nel film.

In Italia,  sto tentando di introdurre questo concetto da qualche anno ma le organizzazioni sportive sono rigide, i biomeccanici e gli allenatori ritengono che si debba sempre partire dai bambini e in sostanza ognuno si fa forte delle proprie sicurezze anziché provare strade nuove. Pazienza!