Il calcio giovanile: da dove ripartire?

A pochi giorni dal rinnovo delle cariche FIGC si parla molto di calcio giovanile e di come ricostruirlo. Si è detto di insegnare la tecnica prima  della tattica, si parla dell’importanza dei vivai, si parla di formazione degli allenatori. È tutto giusto, ma il cambiamento deve inevitabilmente passare attraverso una rivoluzione culturale del calcio giovanile che è visto spesso solo in termini di risultati e non di crescita psico-sociale dei giovani e di necessità di formazione degli allenatori. In uno degli ultimi corsi per allenatori giovanili che ho condotto, la maggior parte degli allenatori che erano lì proprio per imparare a gestire e condurre squadre di bambini avrebbero preferito non trovarsi davanti dei Piccoli Amici turbolenti e giocherelloni, perché troppo difficili da gestire e da far vincere. La maggior parte degli allenatori avrebbe voluto vedere affidata a sé almeno una squadra di GIOVANISSIMI. La spiegazione qual è stata? La possibilità di allenare un calcio adulto.

Rimango stupita perché mi aspetterei il desiderio di far crescere i calciatori di domani e invece li vogliono già cresciuti. Le categorie della scuola calcio sembrano far paura, forse perché l’entusiasmo di piccoli bambini rumorosi e vivaci può essere gestito solo da allenatori competenti che siano anche leader capaci, in grado di trasformare bambini scalmanati in giocatori appassionati, che non perdano mai la voglia di divertirsi. Ogni allenatore vuole la squadra vincente e il piccolo campione, subito, ma nessuno sembra voler lavorare per costruire la vittoria che verrà e il campione di domani. La vittoria forse potrà arrivare ma quello che da lì poteva essere il campione di domani sarà “bruciato” già a dodici anni per la mania di vittoria di un adulto che pensa di sapere tutto del calcio. Questo è un problema del calcio, una parte fondamentale che meriterebbe decisioni per il futuro.

L’importanza dell’auto-controllo della mente nel tiro a volo

Ai Commonwealth Games con i tiratori di Malta, domani inizia il double trap e dopodomani il trap. Gare difficili in cui si perde per un piattello su 150. Oggi c’è stata la finale dello skeet e nella sfida per il primo e secondo posto, l’atleta scozzese che gareggiava in casa, è stato tradito dall’emozione. Dopo una gara in cui ha mancato pochissimi piattelli, in finale ha sbagliato gli ultimi 5. Incredibile! Se ne avesse sbagliati altrettanti nei primi 125 che danno l’accesso alla finale non sarebbe mai entrato. Mentre in finale su 15 piattelli ne ha sbagliati 6 ovvero il 40%. Il tiro al piattello richiede un quasi-perfetto controllo delle proprie emozioni e dei pensieri, se qualsiasi idea inutile o emozione non controllata entra anche solo per pochi istanti nella mente del tiratore la prestazione viene probabilmente compromessa.

Tiratori maltesi al termine dell’ultimo allenamento pre-gara.

Gli atleti dormono prima della finale

Atleti che dormono tre ore prima delle finali di judo ai Commonwealth Games.

Commonwealth Games

Il momento di Glasgow è arrivato dopo sette anni di attesa i Giochi del Commonwealth prenderanno ufficialmente il via dopo la cerimonia di apertura di questa sera. Si tratta di un evento unico, di livello mondiale che si tiene ogni quattro anni ed è il terzo più grande evento multi-sport dopo le Olimpiadi e i Giochi Asiatici. L’evento di quest’anno vedrà un totale di 18 sport e verranno assegnate 261 medaglie. Sono qui come mental coach della squadra di Malta.

Costruire la resilienza

Chiedi “come” piuttosto che “perché”. Se tuo figlio getta a terra il treno quando è frustrato e  questo si rompe, piuttosto che chiedere perché, chiedigli come avrebbe potuto rispondere diversamente o come può aiutare ad aggiustare il treno. In questo modo tuo figlio diventa parte della soluzione e non il problema.

Il sostegno dei genitori allo sport dei figli

Qualche giorno fa ricevo la telefonata di un genitore che mi chiede come convincere il proprio figlio a lasciare il calcio, visto che, a detta sua,  non sembra affatto lo sport per lui. Viene preso in giro per le sue scarse capacità e comincia a perdere la fiducia in sé stesso. Il bambino ha 10 anni, a lui il calcio piace e si diverte, ma evidentemente  non basta e purtroppo il mondo del calcio giovanile, in molte realtà, non eccelle per comprensione  e spazio per tutti. Ho consigliato al genitore di cambiare prospettiva, di guardare quel che stava accadendo come un episodio formativo in cui il suo compito  doveva  essere quello di aiutare il proprio figlio a riflettere sui suoi bisogni sportivi ed emotivi. Ho consigliato di ascoltarlo, di aiutarlo a riflettere, ma soprattutto gli ho chiesto di guardarlo con gli occhi di chi crede in lui e nelle sua capacità. Il presupposto indispensabile affinché il bambino possa credere in sé e nelle proprie capacità, è che i genitori credano in lui.

L’episodio mi ha dato la possibilità di riflettere sulle difficoltà che molti genitori incontrano nel sostenere i propri figli nell’attività sportiva e, per questo motivo, ritengo utile condividere alcune regole fondamentali:

  • Ascoltare: mettere per un momento da parte le proprie idee e sentire cosa hanno da dire
  • insegnare a tollerare la frustrazione
  • Lasciare spazio alle idee personali del proprio figlio su persone  e situazioni
  • Comprendere le proprie aspettative nei confronti del figlio
  • Incoraggiare nelle difficoltà
  • Rinforzare i progressi
  • Sostenere l’impegno senza farlo dipendere dai risultati positivi
  • Aiutarlo a capire che miglioramento e impegno vanno di pari passo
  • Dialogare con lui sull’attività sportiva rispettando le sue esigenze
  • Rispettare i suoi bisogni emotivi

Il piccolo calciatore probabilmente a settembre sarà un piccolo pallanuotista (perché così vuole la mamma).Se questa scelta non rimarrà solo il desiderio di un genitore, ma anche la scoperta consapevole delle capacità di un bambino allora il suo percorso sportivo decollerà al di là del calcio e la sua autostima farà un importante passo avanti.

(Di Daniela Sepio)

Essere creativi richiede molto lavoro

Oggi un interessante articolo di Carlo Rovelli su Repubblica parla di cosa sia la creatività scientifica. Afferma che provenga dall’immersione totale nella conoscenza presente “Dal farla propria intensamente, fino a viverci immersi”. Addentrandosi nei problemi sino a trovare degli spiragli che nessuno ha notato sino a quel momento e aprire una porta verso una conoscenza nuova. In altre parole, le idee nuove vengono solo a chi ha lavorato molto. E’ l’affermazione che il premio nobel Subrahhmanyan Chandrasekhar esprime a Rovelli durante una cena “Per fare della buona fisica non è essere particolarmente intelligenti . Quello che serve, è lavorare molto”.

È strano, spiega Carlo Rovelli – ma forse la più bella descrizione di come funziona la scienza, e dei suoi tempi lunghi, l’ha data Platone, nella sua “settima” lettera, inviata a Siracusa ai familiari di Dione, quando descrive l’attività del vero “cercatore di verità”: «Dopo molti sforzi, quando nomi, definizioni, osservazioni e altri dati sensibili, sono portati in contatto e confrontati a fondo gli uni con gli altri, nel corso di uno scrutinio e un esame cordiale ma severo fatto da uomini che procedono per domande e risposte, e senza secondi fini, alla fine con un improvviso lampo brilla, per qualunque problema, la comprensione, e una chiarezza di intelligenza i cui effetti esprimono i limiti estremi del potere umano».

Lo stesso pensa Alain Connes, matematico, sempre riportato da Rovelli nel suo articolo: “Si studia, si studia, si studia ancora, poi un giorno, studiando, c’è una strana sensazione: «ma non, non può essere così, qui c’è qualcosa che non torna». Da quel momento, sei uno scienziato”.

Ognuno di noi dovrebbe riflettere su queste parole che da Platone a oggi si ripetono con convinzione, chiedendoci se talvolta le nostre delusioni e risultati al di sotto delle nostre aspettativee non derivano semplicemente dal non esserci preparati molto.

 

Perché il Brasile ha perso 7-1 contro la Germania

Pubblico con piacere un articolo di John Salmela, professionista di fama mondiale, docente di psicologia dello sport all’Università di Ottawa e ora residente a Belo Horizonte in Brasile. L’articolo che deve apparire sul quotidiano O Tempo riguarda le ragioni della disfatta del Brasile in Coppa del Mondo.

Brazil’s embarrassing loss has resulted in many hypotheses from the media and fans with little knowledge of applied sport psychology. When you mention psychology and sport, people often think using the medical model, that players are either well, sick or, possibly crazy.

Mental training (MT) has been successfully used in my country Canada, for more than 30 years and is identical to physical, and tactical training, and also requires years of  practice. However, MT deals with how athletes think and feel during competitions and must be taught to players during early adolescence and then trained, to the most elite levels over their careers. Physical training involves the development of aerobic and anaerobic systems,  physical strength, flexibility and agility. MT requires the players´ skills of knowing that they can control both emotional skills or feelings and  cognitive skills, or thinking and planning. of what they want to bring into the game. I have done this for 15 years with the men´s gymnastic teams from age group until the Olympic Games level.

In 1908, Yerkes and Dodson showed that physiological activation had a predictable effect on performance in any domain. Basically, they showed that if a performer was under-stimulated, such as when they just woke up, or over-excited because of intense levels of physical activity, their performance would be negatively  affected. So, it was essential that physiological activation levels be raised to an optimal level, as demonstrated by an inverted U curve. This which looks like a gentle hill, where at the bottom when people are comatose, performance levels are low, when they are over excited at the end of the curve, they also perform poorly. But, at the top of the curve was the optimal level of activation for maximum performance.

In 1990, Lew Hardy, showed a significant modification of this model: The catastrophy theory. This added to the above physiological model, the dimension of cognition. He showed that when physiological activation was high, along with high levels of cognitive for worry or fear, the gentle performance hill of was no longer appropriate, and now it was a cliff, and performance dropped catastrophically!.

So what happened against Germany? By playing in Brazil in front of 60,000 cheering spectators, Brazil’s high expectations were certainly caused high cognitive anxiety levels, regarding fear of losing and worry. At the beginning of the game, they ran faster than I have ever observed with them. Thus, their  physiological responses were at their maximum,  and coupled with high levels of cognitive stress, BADOOM! Off of the cliff they all fell, as the catastrophy model would predict.

What could have been done differently? As in many games in the Cup, the effects of mentally untrained athletes and coaches was evident with the Brazilians. The early sprinting by the players shifted both  their physiological and cognitive anxiety into high gear. It is during these moments that they made the most mistakes. A sport science educated coach would have asked them upon first having ball possession, to pass the ball between the defenders and the goalie for a at least a minute to calm down a bit, and then move into the attack mode!

Unfortunately in Brazil, most coaches are not aware of MT, perhaps because they may be threatened by trained mental coaches. So they hire sport psychologists, and call them in to act as band-aids, to discover why the team is crying after a win and other trivial matters, rather than having them to work with developing players to teach them to practice mental skills, and then progress with them to major competitions.

In Canada, there are obligatory governmentally sponsored coach education programs where an international coach cannot represent his country, without having a level 5 in coaching certification. Is it not the time now to move from coaching nepotism by the CBF to former, aging star players, who have little coaching knowledge, to educated individuals with knowledge in all of the sport sciences? Young European coaches such as Löw for Germany, Guardiola in Bayern Munich and Mourinho at Chelsea, have shown the road to success with 21st century coaching in football.

Il disastro della sedentarietà italiana

Lo sport per tutti in Italia è considerato come l’ora d’aria per i carcerati, per scaricare un po’ delle frustrazioni che ci affliggono. Per cui a scuola non si va oltre le due ore settimanali e l’insegnante di educazione fisica è il meno considerato nei consigli di classe. Per fortuna ci sono i genitori che sono disposti a pagare affinché i loro figli pratichino sport presso una società sportiva. Non parliamo poi degli adulti verso i quali non è mai stata fatta alcuna politica per avvicinarli a un approccio attivo all’attività fisica. E’ uno discorso ormai vecchio e ripetitivo che è ritornato alla ribalta al convegno organizzato dal Coni e Istat sul tema “Lo Sport in Italia – Numeri e Contesto 2014”. E’ emerso che i sedentari sono oltre 24 milioni, pari a quasi il 42% della italiani. Percentuale che è un Everest al Sud, 56,2%,  mentre al Nord scende al 31,7% e al Centro al 41%.  Per capire la drammaticità di questi dati, basta ricordare che in Europa i paesi con maggiori praticanti sono, secondo l’indagine Eurobarometro sullo sport e l’attività fisica  quelli del Nord-Europa: la Svezia dove il 70% delle persone dichiara di fare ginnastica o sport almeno una volta a settimana, superando di poco la Danimarca (68%) e la Finlandia (66%) seguita dai Paesi Bassi (58%) e dal Lussemburgo (54%). All’estremità negativa della graduatoria, ci sono la Bulgaria, Malta, il Portogallo, la Romania e l’Italia. Anche se lo sport, inteso come stile di vita fisicamente attivo, non è parte dell’agenda politica si deve però passare dalla semplice denuncia a proposte concrete. Ne evidenzio qualcuna fra quelle formulate negli USA da 50 associazioni scientifiche, accademiche e professionali che hanno inviato una lettera a Barack Obama per sostenere l’urgenza di interventi in questo campo per prevenire il diabete, l’obesità, i problemi cardiocircolatori e alle ossa e altre condizioni croniche. La lettera prende in considerazione alcune questioni strategiche quali:

  • Programmi di educazione pubblica per assicurare che vengano compresi i benefici di stile di vita salutari e come utilizzare le opzioni che gli vengono proposte.
  • Educazione professionale, in modo che i professionisti della salute considerino l’attività fisica come un segno vitale alla stregua dei livelli pressione del sangue e del colesterolo, così da essere monitorati e tracciati con regolarità.
  • Electronic Medical Records che includano i campi dell’attività fisica così da potere facilmente iniziare a registrare l’esercizio fisico come segno vitale.
  • Curricula della scuola medica che forniscano a tutti i medici un’adeguata conoscenza di come parlare con i pazienti in relazione a uno stile di vita salutare.
  • Incremento delle opportunità offerte alla popolazione di praticare esercizi e attività fisica, con particolare riguardo alle disuguaglianze e altre barriere.

Sbagliare per accettare di sbagliare

Non accettare l’errore è il principale ostacolo a migliorare. E’ inutile girarci troppo intorno, è proprio questa la ragione principale per cui oggi molti giovani si bloccano di fronte alle difficoltà, nessuno li guida in questo apprendimento. Non i genitori e non gli insegnanti. E se non imparano allora hanno un problema psicologico per cui, nel migliore dei casi, si va dallo psicologo. Oppure i genitori attribuiscono la responsabilità agli allenatori e viceversa. Di solito è una battaglia persa in cui ognuno resta sulle sue posizioni e i ragazzi/e non cambiano. Nello sport giovanile bisognerebbe considerare l’accettazione dell’errore come il parametro fondamentale per affermare che l’insegnamento fornito in allenamento ha avuto successo, così come il suo contrario. Non accettare di sbagliare annulla qualsiasi apprendimento tecnico. Il giovane infatti sviluppa un’aspettative non realistica e immagina che è bravo solo se non commette errori. Quando entra in campo con questo atteggiamento, non è in grado di sopportare la frustrazione di sbagliare e comincia ad arrabbiarsi con se stesso, con l’esito di giocare peggio e di ridurre l’impegno, poiché ritiene di non essere capace. A questo punto se genitori e allenatori non intervengono subito per cambiare questa reazione, il giovane la trasformerà in un modo di essere abituale, che ripeterà ogni volta che sbaglierà. A questo punto, sarà più difficile intervenire per sostituire questa convinzione negativa con una positiva.

Gli adulti devono essere consapevoli che la competenza è  l’uso dell’insieme delle conoscenze, abilità e atteggiamenti finalizzato a uno scopo ed esercitato nel contesto ed è determinata dall’integrazione fra:

  • Conoscenze – Ciò che si sa, «cosa» e come si sa, «come»
  • Abilità –  Quanto si è in grado di capire / comunicare / fare usando conoscenze imparate in allenamento
  • Atteggiamenti – Come si è e come ci si comporta in relazione all’uso delle conoscenze e delle abilità sportive possedute
Quindi la competenza sportiva non va confusa con l’abilità tecnica e l’atteggiamento da tenere in campo va insegnato come così come i fondamentali di gioco. Altrimenti si avranno giovani atleti dotati tecnicamente ma poco competenti nel fornire una prestazione sportiva adeguata al loro livello tecnico.