Il sessismo nel ciclismo

“Nel 1973 Billie Jean King ha costretto i padroni di tennis a riconoscere alle donne gli stessi premi in denaro degli uomini. Quaranta anni più tardi, il ciclismo femminile sta ancora cercando di ottenere un salario minimo per le atlete.

Nel 2013 un sondaggio condotto dalla Women’s Cycling Association ha denunciato che il 50% delle cicliste professioniste guadagnava  3,000$ (1969 £)  o meno all’anno. Questo è solo un dato statistico tratto da Half The Road, il superbo documentario di Kathryn Bertine, che si è battuta contro l’UCI, organo di governo sciovinista del ciclismo.

Brian Cookson, ora al timone della UCI, viene anche intervistato. Mi ha detto l’anno scorso che l’introduzione di un salario minimo “potrebbe ritorcersi contro”… perché le donne non sono abbastanza forti per affrontare il Tour de France – un argomento potentemente confutato da una donna che ha corso il Tour nel 1980 … Almeno non usa gli argomenti di Hein Verbruggen, uno dei suoi predecessori. Secondo Inga Thompson, dieci volte campione nazionale degli Stati Uniti, Verbruggen provò a introdurre una regola per fermare le donne quando durante il ciclo mestruale”.

(da The Guardian)

L’ottimista supera le difficoltà

I dati di ricerca a favore di leader ottimisti sono piuttosto consistenti. Queste persone dimostrano che sanno oltrepassare le difficoltà, vedendo nei problemi un’opportunità piuttosto che una minaccia. Questi leader vedono gli altri positivamente, aspettandosi il meglio da loro.

Nel dettaglio gli atteggiamenti degli ottimisti e dei pessimisti sono così identificabili:

  1. L’ottimista accetta gli eventi stressanti, imparando qualcosa da queste situazioni; mentre il pessimista non affronta le situazioni che possono essere fonte di stress e mostra una ridotta consapevolezza dei problemi.
  2. L’ottimista è concentrato sul compito che sta svolgendo, mentre il pessimista è focalizzato sugli aspetti negativi delle esperienze.
  3. L’ottimista è orientato a trovare la soluzione più adatta, mentre il pessimista si preoccupa e sviluppa pensieri ripetitivi negativi.
  4. L’ottimista regola in modo efficace le sue reazioni emotive, mentre il pessimista sfugge ai problemi esasperando alcuni comportamenti (ad esempio: alimentandosi in modo esagerato o sbagliato, manifestando uno stato di stanchezza eccessiva, isolandosi dagli altri o cercandone a ogni costo il sostegno psicologico).
  5. L’ottimista affronta le situazioni problematiche, mentre il pessimista non le affronta e vorrebbe evitarle.
  6. L’ottimista è poco centrato sui sintomi fisici (stanchezza, mal di testa, etc.), mentre il pessimista ne è molto preoccupato.
  7. L’ottimista pianifica il futuro e stabilisce obiettivi a breve termine, mentre il pessimista pensa che ci vorrà troppo tempo per migliorare;
  8. L’ottimista affronta direttamente chi mette in discussione il proprio operato, presentando i fatti che sono contrari a queste affermazioni, mentre il pessimista si fa convincere e si sente incapace.
  9. L’ottimista interpreta i propri insuccessi in termini d’impegno insufficiente o di scelta strategica sbagliata e non di mancanza di capacità, mentre il pessimista li attribuisce a incompetenze personali, quindi a fattori modificabili solo nel tempo. Ritiene che se nella prossima gara si presenterà una situazione analoga non sarà ancora in grado di affrontarla positivamente.
  10. L’ottimista accetta le situazioni che non si possono cambiare, mentre il pessimista cerca di scappare da queste.

Tutti guardano, pochi osservano

Tutti guardano, alcuni osservano. Tutti guardano, in quanto questo verbo indica l’azione del dirigere gli occhi, del fissare lo sguardo su qualche cosa, senza per forza che questo comporti il sapere consapevolmente cosa stia avvenendo, ad esempio, su un campo sportivo. Tanto è vera questa affermazione che quando si vuole qualificare meglio e rendere più specifica l’azione del guardare si aggiunge un attributo che fa capire l’intenzione di colui che guarda, si dice quindi “guardare con insistenza, guardare con interesse, guardare con disprezzo, guardare con odio” e così via. Per un atleta, guardare un evento non è pertanto sufficiente per comprendere cosa stia succedendo, nella sua azione di vedere un evento dovrà effettuare un ulteriore passaggio cominciando a osservare. Infatti, osservare significa:

“Esaminare, considerare con attenzione, anche con l’aiuto di strumenti adatti, al fine di conoscere meglio, di rendersi conto di qualche cosa, di rilevare i particolari, o per formulare giudizi e considerazioni di varia natura …Talora fa riferimento più all’attenzione della mente che a quella dell’occhio … posare attentamente lo sguardo su qualche cosa o su persone, sia per la semplice curiosità, sia con l’intenzione critica, per notare difetti, per cogliere altri in fallo” (Vocabolario della Lingua Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1989, vol. 3° p. 588).

L’osservazione rappresenta di conseguenza l’atto attraverso cui gli allenatori e atleti diventano consapevoli dell’agire degli atleti stessi o degli avversari, nonché delle abilità che dimostrano di mettere in campo durante lo svolgimento delle prestazioni sportive e più in generale di tutti quegli aspetti che si ritengono pertinenti e degni di essere notati.

Psicologia dell’ultramaratona

Oggi, a Siena alle 17,30 nell’ambito di “Terre di Siena Ultramarathon – 2015″ si svolgerà un convegno sulla “Preparazione psicologica nella ultramaratona” curato dal prof. Alberto Cei, consulente psicologo alle Olimpiadi di Atlanta, Sydney, Atene, Pechino e Londra.

Si parlerà:

  • del perchè la corsa di lunga distanza è la migliore per essere umano,
  • delle qualità mentali che richiede l’allenamento della maratona e dell’ultramaratona (pazienza, obiettivi, focus e disponibilità al sacrificio fisico e personale);
  • delle abilità mentali di cui servirsi durante la gara: pazienza, pensieri costruttivi, emozioni positive, piano per affrontare i problemi improvvisi.

La comunicazione allenatore/atleta

Sapere comunicare con gli atleti è una delle competenze psicologiche più importanti per un allenatore.Sono così definite.

  1. Aspetti stabili del carattere – Ci si riferisce a dimensioni quali l’onestà e la correttezza nel comunicare in modo diretto e chiaro con gli atleti senza volerli manipolare. Sono persone orgogliose di fare parte di quel gruppo sportivo.
  2. La competenza –  Sono individui professionalmente competenti, orientati al continuo miglioramento e alla ricerca delle innovazioni. Accettano i propri limiti e gli errori che commettono. Sanno che ammetterli è un indice di forza e non di debolezza.
  3.  L’impegno –  Questi allenatori sono fortemente impegnati nello svolgere la loro attività. Posseggono e trasmettono una visione positiva della loro squadra, e sono intensamente impegnati a realizzare i loro obiettivi.  Lo sport e l’allenamento li appassionano e in questi ambiti mettono il loro entusiasmo. Sono dotati di molta energia, sono convinti e tenaci.
  4. Il prendersi cura –  Sono sinceramente interessati ai loro atleti, come singoli e come gruppo. Per conoscerli spendono tempo con loro e sono interessati al loro presente così come al futuro.
  5. La coerenza – Sono individui che agiscono in modo prevalentemente coerente realizzando la loro filosofia di allenamento, pur adattando i loro comportamenti alle richieste dell’ambiente e alle situazioni impreviste. A tale fine controllano le loro emozioni, così da trasmettere fiducia agli atleti. Sono coerenti nel fare rispettare le regole e gli standard comportamentali a cui la squadra deve adeguarsi. Pertanto, agiscono in maniera organizzata e lavorano in modo altamente responsabile.
  6. L’essere costruttori di fiducia – Stimolano in modo incessante la fiducia dei loro atleti. Chiedono di esprimersi al loro meglio ma sono anche pazienti nell’aiutarli a svilupparsi e a migliorare.
  7. L’essere buoni comunicatori – Gli allenatori credibili sono degli ottimi comunicatori. Sono aperti, onesti e diretti quando parlano ai singoli e alla squadra. In modo continuo, ricordano agli atleti cosa devono fare per essere dei vincenti. Richiedono il massimo del coinvolgimento e prendono in considerazione le informazioni che da loro provengono. Sanno realmente ascoltare e proprio per questa ragione sono a conoscenza dei problemi e dei conflitti, che ricercano attivamente di risolvere prima che possano ulteriormente peggiorare.

Le surfiste e le grandi onde

Justine Dupont, surfista francese, detiene il record europeo per avere cavalcato l’onda più alta per una donna.

La depressione degli atleti: un disagio diffuso e ignorato

Almeno il 20% degli atleti soffre di depressione, il fenomeno riguarda poi uno sportivo su due quando si arriva alla fine della carriera. Due aspetti vanno tenuti in grande considerazione quando parliamo di depressione nello sport. Il primo,  la psicopatologia prodotta da nevrosi e comportamenti instabili è poco frequente tra gli atleti di alto livello, perché lo sport è già una sorta di ‘vaccino’ contro questo tipo di manifestazioni. Nel contempo però vi un altro aspetto a far correre maggiori rischi: la scelta di fare dipendere tutta la propria vita dal raggiungimento dei risultati sportivi, con in aggiunta il contemporaneo giudizio  sul proprio valore come persona. Così in caso d’insuccesso, ad essere messa in discussione è l’intera vita. Un fallimento che può portare a una depressione molto grave e in casi limite al suicidio. La fase più critica nella vita dello sportivo è l’avvicinarsi della fine carriera. Qui a correre il rischio depressione e’ il 50% dei professionisti. E non dipende dalla popolarità dello sport o dal titolo di studio del campione. Quando si spengono le luci della ribalta la vita degli ex atleti puo’ diventare vuota e scialba. Chi non si è preparato un’alternativa al campo finisce nel vortice depressivo. Il “male oscuro” In Italia, colpisce il 6% degli adulti di età compresa tra i 18 e i 69 anni, e in maggioranza donne. Questi i dati fotografati dal sistema ‘Passi’ coordinato dal Centro nazionale di epidemiologia e promozione della salute (Cneps) dell’Istituto Superiore di Sanità. Inoltre nello sport, gli atleti che hanno utilizzato il doping, abusando ad esempio di steroidi anabolizzanti, corrono un forte rischio di manifestare fenomeni depressivi. Ecco perché oltre al calcio, sono il ciclismo, l’atletica leggera e gli sport di resistenza le discipline dove la patologia depressiva è più diffusa. Il rischio, per molti atleti e sportivi in genere, è quello di perdere il contatto con la realtà. L’attenzione ai problemi depressivi degli sportivi a livello agonistico è scarsa. Spesso i giovani talenti manifestano sul campo i sintomi di un’indolenza nei confronti delle forti pressioni psicologiche che subiscono per diventare super-campioni: si allenano male, rendono poco nelle gare. Dimostrando così agli altri che c’è un problema. Inoltre, spesso vengono già da situazioni di forte stress familiare, dove i genitori fin da piccoli li hanno stimolati a ottenere sempre il massimo. A essere competitivi a tutti i costi.

 

La prima abilità per vincere è la pazienza

È risaputo che la pazienza è un’abilità mentale importante che permette di tollerare gli errori e gli insuccessi. Consente, infatti, di non dimenticare cosa siamo capaci di fare e di continuare a servirsene per raggiungere i nostri obiettivi. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di accettare gli errori, non viene esentato dal commetterne altri e finisce con il provare sofferenze maggiori.

Genitori e allenatori devono fare proprio questo atteggiamento mentale perché consente loro di mantenere elevata la motivazione e la convinzione che con l’impegno e dedizione i loro figli e atleti potranno gareggiare al meglio di sé. Gli atleti, dal loro punto di vista, devono accettare come ha scritto Ludio Dalla “che la vita è lotta dura, coraggio e la voglia d’inventare”.

Non basta sapere cosa fare, bisogna farlo

Talvolta gli atleti e le squadre commettono un errore grave, si fidano troppo di quello che pensano di sapere fare e così in gara non lo fanno perché si convincono che basta averlo pensato perché poi succeda. Così è la Roma di questo periodo che entra in campo convinta di vincere ma poi non gioca perché la partita l’aveva già vinta nello spogliatoio. Oppure chi dice “tutte le volte che faccio bene il riscaldamento poi gioco male”. Il riscaldamento predispone a giocare bene ma poi bisogna farlo in partita: sono due aspetti separati.

Essere bravi, bene allenati e mentalmente pronti è utile ma lo è altrettanto sapere che bisognerà sapere mostrare queste competenze sul campo. Altrimenti non serve a niente.

ti

Non copiare le idee di Murray

I dieci comandamenti scritti da Andy Murray per sostenersi in partita hanno fatto il giro del mondo e non vanno di certo copiati. Sono idee che riguardano una specifica persona e per lui hanno un valore ma non debbono averlo per altri tennisti.

Come sempre ciò che è importante è il processo mentale che è dietro queste parole e che mette in evidenza la rilevanza di seguire una propria guida personale per mantenersi concentrati su questa carriera.

La questione è che invece la maggior parte dei giovani tennisti non è stata educata a seguire un percorso mentale che li tiene centrati sui loro obiettivi anche nei momenti di difficoltà. Molti non sanno cosa gli serve per giocare una partita con una mentalità vincente, si affidano alla tecnica o all’umore del momento o ai colpi che sanno fare bene … questi ragazzi non arriveranno mai a essere fra i primi 100.

Quindi non copiamo le idee di Murray ma impariamo da lui che ci vogliono delle idee guida per vincere.