Il caso Juventus: vincere aiuta a vincere

Vincere aiuta a vincere. Probabilmente se la Lazio non avesse segnato il gol nei primi minuti la Juventus sarebbe stata molto più in difficoltà per la pressione che ogni giocatore della Lazio stava esercitando su di loro. La Juventus ad inizio partita non è sembrata così combattiva come invece si è dimostrata essere la Lazio, forse perché in campionato aveva vinto ambedue le volte con facilità o perché pensava che non sarebbe stata impegnata in modo così intenso. Il gol subito l’ha risvegliata da questo errore di presunzione e non a caso ha rapidamente rimesso il risultato in parità. Ha dovuto avere paura di perdere per vincere. E questa sensazione la provi solo quando ti trovi sull’orlo del baratro. Non poteva commettere un altro errore e se sei una grande squadra sono questi i momenti in cui devi dimostrarlo. Gli altri devono capire che non basta metterti paura per vincere, bisogna fare qualcosa di più, bisogna attendersi la tua reazione e fare muro. La Lazio non è stata capace di sostenere il vantaggio acquisito e alla prima occasione l’ha sprecato.  Aveva messo paura ma ora le due squadre erano tornate alla pari e la partita poteva ricominciare. Solo che la Juventus, a questo punto, sapeva il rischio che aveva  corso e avrebbe fatto di tutto per non ricaderci.

Ambedue gli allenatori hanno detto che le partite sono fatte di episodi, è vero ma proprio per questa ragione bisogna saperli costruire, altrimenti cosa serve allenarsi o perché non affidarsi a un mago anziché a un allenatore.  A mio avviso la Lazio ha preparato meglio la partita poiché veniva da due sconfitte consecutive ed era sfavorita. Ha affrontato un grande sforzo mentale per giocare in modo da mettere immediatamente in difficoltà gli avversari e per tutto il primo tempo è riuscita abbastanza bene in questo intento. La Juventus ha subito all’inizio ma poi si è rapidamente adattata al gioco della Lazio, che a quel punto è stata pericolosa quasi solo nell’azione del doppio palo. Per tutta la partita la Juventus ha aspettato l’occasione del colpo decisivo, ha lottato per mantenere il risultato in parità e quando ha avuto l’occasione ha provato a mettere a segno la rete decisiva. Nel calcio non si sa quando viene questo momento ma sei ha fiducia prima o poi succede, come infatti è accaduto. Ci vuole pazienza e fiducia e quando hai queste due qualità giochi sapendo che è solo questione di tempo. Per questo vincere aiuta a vincere.

Se Roger Federer e Valentino Rossi dimostrano che la classe non ha età

“Eh già, io sono ancora qua” canta Vasco Rossi e lo stesso dicono Valentino Rossi e Roger Federer. Sono arrivati ambedue secondi, dimostrando ancora un volta di valere il primo e il secondo posto nella classifica mondiale. Molti li hanno dati per spacciati in tante occasioni, affermando che non sapevano più vincere, che erano vecchi, che il fisico non li sorreggeva più.

Probabilmente sono obiezioni che per un po’ di tempo sono state vere, ma qualsiasi atleta attraversa momenti come questi, spesso i campioni li superano cambiando qualcosa nel loro modo di allenarsi e di vivere le competizioni. Con più probabilità gli altri affondano, perché usano questi momenti negativi come alibi per ritirarsi a causa di qualcosa che considerano superiore a loro. Nei commenti spesso ci si sofferma sulla loro età come fosse un limite imprescindibile, una caratteristica a cui bisogna arrendersi.

Sento dire: “Federer è vecchio e non è più in grado di reggere che pochi scambi, altrimenti perde il punto”. Ma quanti vorrebbero avere questa difficoltà pur di essere secondi al mondo? Dicono anche che a causa di questo limite ha dovuto cambiare modo di giocare. È vero, ma perché dare a questo cambiamento una connotazione negativa? E non invece sottolineare la sua determinazione nel cambiare per continuare a restare al vertice della classifica mondiale. Lo stesso si diceva fino all’anno scorso di Valentino Rossi: “Perché non si ritira anziché collezionare risultati deludenti?”.

Il coro del “perché non abbandona” lo hanno subito anche altri campioni. In Italia Giovanni Pellielo, nel tiro a volo, dopo tre medaglie in tre olimpiadi diverse, a Londra, a 42 anni, non entrò in finale e anche qui le stesse voci, non ci ha fatto caso, si è allenato e l’anno successivo ha vinto di nuovo il campionato del mondo. Valentina Vezzali, 41 anni, schermitrice, ha vinto tutto ripetitivamente, non le basta ancora e vuole andare a Rio. Per non parlare di Andrea Pirlo e Gigi Buffon e del sogno che stanno vivendo in questi giorni con la Juventus. Valutiamo questi uomini e donne per le loro prestazioni ma non per l’età. Soprattutto impariamo da loro, perché sono un esempio di mentalità combattiva di fronte alle difficoltà e di umiltà nell’affrontare i sacrifici quotidiani che sono necessari per ritornare a eccellere nel loro sport, senza avere la certezza di riuscire in questa impresa.

(Da Huffington Post)

Rapporto Federcalcio dimostra che non c’è posto per i giovani

E’ stato presentato ieri il rapporto annuale della Federcalcio che tra i molti dati presentati ne ha evidenziato uno particolarmente negativo: siamo all’ultimo posto in Europa per giocatori provenienti dall’attività giovanile (8,4%). Che si accompagna alla presenza del 54% di calciatori stranieri in Serie A. Non è certo un dato nuovo poiché nel 2013 la FIFA aveva in uno studio apparso sulla sua rivista aveva evidenziato che:

  • l’esterofilia delle squadre del di Serie A testimoniata dal quinto posto per l’impiego dei calciatori stranieri: soltanto le leghe cipriota, inglese, portoghese, belga, italiana e turca – nell’ordine – superano la soglia del 50% (52,2%). L’Italia, insomma, primeggia nella classifica di chi trascura i suoi giovani di talento.
  • Percentuale dei calciatori provenienti dal’attività giovanile. Occupiamo solitari l’ultima posizione con una percentuale inferiore al 10% (7,8%), lontano da Germania (14,7%), Inghilterra (17,5%), Francia (21,1%) e Spagna (25,6%).
Inoltre questo dato negativo emerge anche quando si analizzano le grandi squadre europee. Provengono dal settore giovanile: Manchester United, 40%; Barcellona; 59%, Ajax, 55%  e Montpellier, 44%.

Il mental coaching per l’ultramaratona di Lizzy Hawker

In previsione dell’ultramaratona del Passatore, l’ntervista a Lizzy Hawker, cinque volte vincitrice dell’Ultra Maratona del Monte Bianco ed è stata dentrice del record del mondo della 24 ore di corsa. (da The Guardian)

Cosa pensi ti fa correre bene l’ultramaratona? Hai qualcosa di diverso – o sei riuscita a connetterti a qualcosa che ognuno ha dentro di sé? La resistenza mi viene proprio naturale. E ‘sempre stato un modo di vivere – da prima di gareggiare e di correre le lunghe distanze. Anche quando ero un bambino ho preferito andare a piedi piuttosto che prendere l’autobus – in bici piuttosto che in auto. E ‘sempre stato lì. Questo è probabilmente diverso per la maggior parte delle persone. Nello sport ultra e di resistenza il lato mentale è davvero molto importante, e questo è anche parte di ciò che sono. Credo che siamo tutti alla ricerca di qualcosa nella vita – trovo qualcosa attraverso la corsa.

Qual è la cosa migliore per te della corsa? Penso proprio che sia il movimento – ma sotto il mio potere – e, naturalmente, mi piace la montagna. L’amore per la corsa è un po ‘diverso da quello, perché io corro ovunque mi trovi, che si tratti di asfalto o pista. Forse è il movimento fisico … e la libertà mentale.

Se qualcuno ti chiede un suggerimento, che dici?
Nelle lunghe distanze, è davvero quello di stare nel momento. Se lo puoi fare, e hanno la fiducia di correre una lunga distanza, allora i nostri limiti non sono mai dove pensiamo che siano. Ti rendi conto che si può andare al di là di quello che si pensava fosse possibile.

Quando si corrono queste enormi distanze si deve affrontare più volte ‘il muro’. Come si fa ad affrontarlo? Penso che sia questione di sapere che ci saranno momenti in cui ci si sente bene e ci saranno momenti in cui ti senti davvero, davvero non bene. E ‘una di quelle verità sulla vita – che niente dura, tutto è impermanente – quindi è solo sapendo che questi momenti negativi stanno per passare e si arriverà dall’altra parte e bisogna credere che sarà così.

Se ti trovi sulla linea di partenza di una gara di 24 ore è quasi inconcepibil pensare a quanto tempo sarai in movimento. Devi prendere momento per momento. E’ lo stesso in una gara di 100 miglia – se pensi al traguardo e sei solo all’inizio allora probabilmente non arriverai alla fine – ma se si prende passo dopo passo, tappa dopo tappa, poi ti rendi conto che è effettivamente possibile correre così lontano. Se ho una strategia di gara è solo per eseguire il meglio che posso, in qualsiasi punto della gara.

La mente nella ultramaratona: come allenarla a superare i momenti di crisi

Nell’ambito degli eventi organizzati in occasione della 100 km del Passatore  giovedì 21 maggio (ore 20.30), a Faenza la Galleria Comunale accoglierà un incontro su alimentazione e allenamento. L’incontro, promosso in collaborazione con la Iuta (Associazione italiana ultramaratona), prevede gli interventi di Luca Speciani, su “Dieta e prestazioni nello sportivo, in gara e fuori: il cambio di paradigma dell’alimentazione di segnale”, e di Alberto Cei, su “La mente nella ultramaratona: come allenarla a superare i momenti di crisi”.

Chi mi vuole incontrare potrà farlo durante questa serata.

Per Federer l’impossibile non esiste

Questo significa credere che l’impossibile è possibile.

La nuova mentalità vincente della Juventus

Prima il furore, poi la tecnica. Mi sembra questa l’evoluzione che in questi anni ha avuto la mentalità della Juventus. Campioni indiscussi come Buffon, Del Piero e Pirlo, fra gli altri, avevano già vinto molto e dimostrato di avere questo approccio al calcio, ma una squadra vincente è molto di più delle sue singole individualità e bisognava  che tutti dimostrassero di avere e portare sul campo questa mentalità. Il lavoro di Conte ha avuto il merito di portare il furore nel gioco, quell’intensità fisica e mentale prima che tecnica, che la squadra doveva dimostrare per novanta minuti in ogni partita. Allegri ha completato questa squadra, che aveva vinto tre campionati consecutivi, cambiando modulo di gioco e portando l’attenzione sul  lavoro tecnico e su quanto sia necessario migliorare continuamente sotto questo aspetto. Oggi si parla di quanto sia stato inatteso il raggiungimento della finale di Champions League, ma nello sport i miracoli non esistono. La squadra ha, invece, dimostrato di avere oltrepassato i limiti psicologici che le impedivano di giocare in modo da raggiungere questo obiettivo. Merito dell’allenamento ma anche dal partire da una condizione vincente, almeno in Italia, e su questa fiducia è stato possibile costruire, ostacolo dopo ostacolo, questa volontà di andare oltre i limiti passati. Ora tutto è possibile perché la storia c’insegna che Davide ha battuto Golia. La Juventus va a Berlino con un atteggiamento gioioso perché sono mesi che coltiva un sogno che giorno dopo giorno, con fatica e dedizione, è diventato realtà e questo è un vantaggio psicologico significativo per affrontare al meglio quest’ultima partita. Il Barcellona, super-favorito può incorrere in una partenza falsa come fece Bolt alla finale dei 100m ai mondiali del 2011 con la conseguente  squalifica. Un esempio di superficialità mentale dettata dal sentirsi predestinato a vincere.  Alla Juventus servirà l’entusiasmo accumulato in queste settimane unito alla calma, che le permetteranno di esaltare il proprio gioco, quello insegnato da Allegri. Certamente la Juventus nel suo percorso in Champions League è stata anche fortunata e questo ha messo in evidenza un’altra sua caratteristica, tipica delle squadre vincenti: sapere trarre vantaggio dalle condizioni favorevoli.  Infatti, ha vinto quando doveva vincere e non è facile ottenere questo risultato, perché spesso le squadre non-fiduciose perdono proprio queste partite non ragionando, perdendo la calma quando il gol non viene subito o se la squadra avversaria si mostra più difficile da superare. In questi casi, chi dovrebbe vincere diventa insicuro mentre l’avversario acquista sicurezza  e può ribaltare a proprio favore il risultato, tra l’incredulità dei favoriti. Impegno, dedizione totale e tecnica sono le parole chiave di questo successo.

#RealMadridJuventus serve tranquillità e pazienza

Tranquillità e pazienza due parole che riflettono un modo di essere che torna a essere importante prima della semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus. Ancelotti dice: “Dobbiamo rimanere tranquilli e concentrati su ogni dettaglio. E’ solo la tranquillità che ti porta a dare il massimo”. Quindi prima la mente e poi la tecnica.

Il nemico è l’impulsività, l’azione senza la mente, la fretta di fare subito goal. Sentire troppo la partita è l’errore da evitare e i primi 20 minuti riveleranno chi fra le due squadre avrà appreso meglio la lezione sulla calma.

Questo atteggiamento tranquillo e paziente costituisce un esempio di maturità in cui l’orgoglio per quanto fatto sinora, la fiducia nelle proprie capacità e la voglia di vincere si fondono così bene insieme che sembrano scomparire nella calma che prepara il momento in cui si dovrà invece affondare per cercare il goal. Chi avrà più calma, saprà aspettare il momento in cui mettere veramente in difficoltà l’avversario.

Il momento è l’altro concetto chiave di questa partita bisognerà costruirlo e giocarlo con efficacia.

 

La mentalità di Stephen Curry, stella NBA

  1. Every time I rise up, I have confidence that I’m going to make it.
  2. I’m not the guy who’s afraid of failure. I like to take risks, take the big shot and all that.
  3. I’ve never been afraid of big moments. I get butterflies. I get nervous, but I think those are all good signs that I’m ready for the moments.
  4. I can get better. I haven’t reached my ceiling yet on how well I can shoot the basketball.
  5. Being a superstar means you’ve reached your potential, and I don’t think I’ve reached my potential as a basketball player and as a leader yet.
  6. There’s more to life than basketball. The most important thing is your family and taking care of each other and loving each other no matter what.

Ecomaratona: la corsa dei nostri antenati

Se la corsa di lunga distanza è il movimento privilegiato dell’essere umano e rappresenta una rievocazione delle azioni dei nostri antenati, la corsa in mezzo alla natura è il luogo privilegiato dove muoversi. E’ una corsa che elimina l’ossessione di molti runner per il tempo al km, perché è la natura stessa a ostacolare questo atteggiamento mentale. Può facilmente diventare un modo per immergersi nel paesaggio con le sue salite e discese su un terreno sempre diverso e affrontare questo viaggio di ore con un stile paziente e disteso anche nello sforzo che certamente richiede. E’ un percorso in cui si possono alternare la camminata con la corsa a seconda della ripidità della salite  e delle discese che si devono affrontare, E’ una corsa che ci avvicina a quello che i nostri antenati hanno fatto per migliaia di anni spostandosi da un luogo a un altro alla ricerca del cibo. Le eco-maratone così come le distanze più brevi sono un modo di vivere lo sport a misura di ciascuno, proprio perché chiunque può partecipare, se lo vuole, a una passeggiata ecologica in mezzo a un bosco o nei prati mentre i più allenati possono cimentarsi sulle distanze più lunghe.  Mi auguro che abbiano sempre più diffusione così come sta avendo ad esempio la EcoMaratona del Chianti con i percorsi competitivi di 42, 21 e 14 km, oltreché l’Ecopasseggiata di 10 km, il tour tra le cantine e il nordic walking di 11 km.